La tensione è alle stelle, le dichiarazioni e i proclami sono minacciosi e roboanti, ma nessuno vuole davvero un conflitto bellico. È l’analista Giuseppe Acconcia che commenta ai nostri microfoni la situazione che si è generata tra Stati Uniti e Iran su suolo iracheno, dopo l’attentato a stelle e strisce che ha portato alla morte del generale Qasem Soleimani, comandante delle milizie Niru-ye Qods.

Dopo l’attacco mirato statunitense dello scorso 3 gennaio, la tensione è schizzata alle stelle, con l’Iran che ha minacciato una ritorsione, il parlamento iracheno che ha approvato una risoluzione non vincolante per l’espulsione delle truppe statunitensi dal Paese, il ritiro dell’Iran dall’accordo sul nucleare, che era già stato stracciato unilateralmente dagli Stati Uniti e una serie di tweet di Donald Trump in cui minaccia di colpire a destra e a manca.

Usa-Iran: una guerra non conviene a nessuno

Nel descrivere minuziosamente la situazione, Acconcia ha spiegato anche perché né gli Stati Uniti né l’Iran vogliono davvero una guerra aperta. “In Iran la guerra potrebbe mettere in discussione il sistema post-rivoluzionario – osserva l’analista – Mentre il Consigliere per la Sicurezza Nazionale statunitense è Robert O’Brien, che ha una posizione molto diversa da quella del suo predecessore, il falco John Bolton, che voleva apertamente un conflitto con l’Iran”.

Uno sguardo viene rivolto anche verso l’Iraq, scenario del conflitto, dove però il Parlamento ha approvato una mozione di condanna negli Stati Uniti e dove il sistema settario, definito tribalismo di Stato, messo in piedi dopo la rovinosa guerra iniziata sempre dagli Stati Uniti nel 2003, ha mostrato di non avere una posizione unitaria. “Questo significa anche – continua Acconcia – che la politica estera statunitense che voleva esportare la democrazia ha fallito”.

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Iraq: le tensioni tra Usa e Iran oscurano le rivolte interne

Gli iracheni, dunque, non vogliono la guerra, specie sul loro territorio. A non volerla, di sicuro, sono i giovani e altre fette della popolazione che, nei mesi e nelle settimane scorse, hanno dato vita a grandi proteste in tutto il Paese.
A raccontarci le loro istanze e la dura repressione che hanno subito è Barbara Schiavulli, giornalista e fondatrice di Radio Bullets, che si trova a Baghdad. “In tre mesi sono morte 550 persone, l’ultima tre sere fa: un attivista che tornano a casa è stato letterlmente giustiziato con un colpo di pistola – osserva Schiavulli – Ci sono anche 21mila feriti e 70 persone scomparse”.

La crisi mediorientale che ha come epicentro proprio l’Iraq oscura le proteste, che sono nate per chiedere un cambiamento del sistema politico nel Paese. “I manifestanti vogliono un sistema politico non legato alle milizie e non legato alla religione – continua la giornalista – Vogliono un paese laico e libero”.
Qualcuno ha parlato anche di un secondo tempo delle rivoluzioni arabe e Schiavulli riporta che è proprio l’intento dei manifestanti: “Loro si sentono la madre di tutte le rivoluzioni e pensano che il loro esempio possa estendersi a tutto il Medio Oriente”.

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