Dopo la violentissima scossa di terremoto che ha colpito l’Albania due giorni fa, la terra continua a tremare. Non si tratta di scosse come quella di 6.5 gradi della scala Richter di martedì 26 novembre, ma l’intensità è comunque abbastanza alta, tale da essere avvertita dalla popolazione civile non solo di Durazzo, la città più colpita, ma anche di Valona e della capitale Tirana.
Il bilancio delle vittime è salito ad una quarantina di morti e oltre 700 feriti, mentre sono migliaia le persone sfollate, che hanno perso la casa.

“Ci sono ancora persone sotto le macerie, come la famiglia di quattro persone che è stata trovata morta questa mattina”, racconta ai nostri microfoni Gresa Hasa, studentessa del movimento politico giovanile Organizata Politike. Le scosse stanno continuando, anche se di intesità minore, ma i continui terremoti lasciano le persone in uno stati di perenne insicurezza.
“Il governo ha proclamato lo stato di emergenza – continua la studentessa – Oggi sarebbe l’anniversario dell’indipendenza dell’Albania, ma tutte le commemorazioni sono state annullate e tutte le attività sono ferme”.

Albania: dopo le scosse è partita la solidarietà

Ai nostri microfoni anche Pano Soko, esponente della campagna popolare Nisma Thurje, racconta la situazione. “Ora la priorità è curare i feriti, che sono più di 700, e accogliere le migliaia di persone che sono rimaste senza casa – spiega l’attivista – Ci sono dei focus point a cui rivolgersi e dei centri di accoglienza per chi ha perso la casa. Il governo sta predisponendo degli alberghi dove ospitare gli sfollati e ieri il centro di accoglienza di Durazzo, che ospitava 1500 persone, è stato chiuso ieri perché le persone sono state trasferite in alberghi di Durazzo, Valona e altre città vicine”.

Grandissima, racconta Soko, è la solidarietà che si è scatenata dopo il sisma: “Sono arrivate coperte, vestiti, cibo, materassi e tutto quello di cui c’è bisogno dopo un terremoto. È arrivata tantissima roba, forse anche troppa”. Oltre alla solidarietà interna si registra anche quella internazionale, con aiuti provenienti da Kosovo, Macedonia del nord, Italia, Grecia, Serbia e Romania.
Anche l’Unione europea sta contribuendo, ad esempio inviando specialisti ed esperti per trovare le persone sotto le macerie, fa eco Hasa. “Anche Organizata Politike ha lanciato una raccolta fondi, così chi desidera può inviare fondi per aiutare le persone che sono ancora senza casa”, continua la studentessa.

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Le polemiche sulla cementificazione

Fin dal giorno successivo al terremoto, in Albania è scoppiata la polemica sulla cementificazione selvaggia e sull’insicurezza delle costruzioni. “Da trent’anni a questa parte, dopo la fine del comunismo – racconta l’attivista – in Albania si è costruito tantissimo e senza un criterio. Le case sono troppe, i palazzi troppo alti, su terreni che non riescono a sopportare il peso in caso di terremoto”. La velocità con cui si è urbanizzato ha sacrificato le regole dell’antisismica e gli edifici non sono sicuri.
Il dibattito che si è aperto, secondo Soko, è destinato a continuare perché la troppa cementificazione è effettivamente un problema che affligge l’Albania.

“Gli edifici che sono collassati erano di nuova costruzione – conferma Hasa – però va detto che la scossa di terremoto è stata fortissima e anche gli edifici vecchi hanno subìto danni. Io, ad esempio, vivo in un vecchio edificio molto robusto, che comunque è stato danneggiato dal terremoto”.
Il sisma avrà sicuramente ripercussioni sull’economia albanese. Il Paese è molto povero e non può riuscire a fronteggiare da solo la situazione. Quello su cui contano gli albanesi è la solidarietà, ma anche il sostegno dell’Ue e degli Stati confinanti.

ASCOLTA L’INTERVISTA A PANO SOKO: