L’aggressione di due notti fa al Pronto Soccorso del Sant’Orsola ai danni di sei persone – di cui un medico, quattro infermieri e una guardia giurata – ad opera di un clochard, rappresenta solo l’ultima di una lunga serie di azioni violente nei confronti del personale sanitario.
Le aggressioni che coinvolgono guardie mediche, operatori del 118 o in turno al Pronto Soccorso, sono di certo le più note al pubblico grazie alla loro risonanza mediatica, ma invece rappresentano solo “la punta dell’iceberg di una violenza fisica, psicologica e verbale che tocca tutti i reparti”, spiega Gaetano Alessi, sindacalista della Cgil di Bologna.

Aggressioni a sanitari: il problema sociale

Gaetano Alessi, funzionario della Fp Cgil, ai nostri microfoni traccia un quadro complesso, secondo il quale questi crescenti episodi di violenza scaturiscono da più profondi e radicati problemi di tipo sociale e culturale, accompagnati da criticità in campo economico.
Primo su tutti, l’attuale inefficienza del sistema socio-sanitario della città. Infatti, la costante presenza di clochard nelle stanze del Pronto Soccorso, utilizzate come riparo dove passare la notte, dovrebbe essere una visibile spia di allarme, simbolo che la Città Metropolitana non garantisce le necessarie reti di protezione che dovrebbero invece permettere ai senza dimora di andare in un dormitorio, o in generale in un qualsiasi posto chiuso. Queste carenze, a partire dalla mancanza di fondi, strutture e personale, di fatto contribuiscono ad aumentare la probabilità che simili casi di violenza esplodano.

Altri fattori da non sottovalutare nel tentativo di risalire alle origini del problema sono certamente l’instaurarsi di un clima culturale che non solo legittima, ma di fatto se ne fa esso stesso portatore, l’aggressività e l’incessante processo volto a screditare la categoria dei dipendenti pubblici, che da più di venti anni vengono dipinti agli occhi dell’opinione pubblica come “fannulloni”.
In questo particolare momento storico, sottolinea il sindacalista, l’operatore sanitario è abbandonato a se stesso.

La risposta non deve essere securitaria

Le parole d’ordine per arginare questo fenomeno devono necessariamente essere: “personale, strutture e formazione”.
Questo quanto confermato anche da un questionario somministrato dalla Fp Cgil a circa il 15% dei 7200 lavoratori dell’Ausl di Bologna, relativo alla questione delle violenze fisiche, verbali e psicologiche nei confronti degli operatori sanitari.
Inaspettatamente da quanto ipotizzato, non emerge la richiesta di una maggiore presenza di forze di polizia a monitorare i luoghi di lavoro; risulta invece indispensabile, nella percezione dei lavoratori, l’aumento di progetti di formazione e una maggiore e più efficace comunicazione con l’esterno.

Tra le altre azioni in programma, la Cgil ha incontrato pochi giorni fa Chiara Gibertoni, direttore Generale dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Bologna, per richiedere un tavolo interaziendale: è infatti fondamentale, al fine di risolvere definitivamente questa problematica, un coinvolgimento generale di tutte le istituzioni, a partire da chi garantisce i servizi socio-sanitari (in questo caso, la Città Metropolitana di Bologna).

Numerose sono le richieste della Fp Cgil. Si comincia con la pretesa di un significativo aumento del numero del personale all’interno delle strutture (ad esempio, generalmente solo due medici sono di turno la notte al Pronto Soccorso dell’Ospedale Maggiore: plausibilmente, così si sacrifica l’efficienza del servizio e si generano spropositati tempi di attesa, anche questi tra le più frequenti cause di animate discussioni). Inoltre, di vitale importanza l’aumento del personale specializzato, come educatori e assistenti sociali. Le strutture ospedaliere odierne, denuncia Alessi, sono state pensate almeno venti anni fa, e fanno riferimento alle necessità di una società passata che nel frattempo si è evoluta: l’offerta sanitaria risulta quindi attualmente inadeguata.

Si tratta, quindi, di una questione che riguarda un elevatissimo numero di fattori diversi, dall’ambito economico a quello sociale della percezione della cittadinanza, dalle risposte della politica a campagne culturali di formazione e sensibilizzazione.
Sicuramente non impossibile, si prevede però un processo tanto lungo e impegnativo, quanto fondamentale.

Teresa Fallavollita

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