Domani, sabato 29 febbraio, in Qatar, Stati Uniti e Talebani potrebbero siglare un accordo che molti considerano un accordo di pace. L’annuncio è stato fatto qualche giorno fa dal Segretario di Stato statunitense Mike Pompeo ed è vincolato alla buona riuscita della tregua (o sarebbe meglio dire dell’allentamento delle tensioni) cominciata lo scorso 22 febbraio.
La firma di un accordo arriverebbe a 19 anni dall’inizio della guerra, che paradossalmente ha provocato un’estensione del controllo territoriale dei talebani, attualmente attorno al 55% del Paese.

Afghanistan: cosa prevede l’accordo

A spiegare ai nostri microfoni cosa prevede l’accordo in procinto di essere firmato è la giornalista Barbara Schiavulli, anima di Radio Bullets che all’inizio del conflitto si trovava proprio sul campo.
“Innanzitutto è interessante vedere la forma, perché l’accordo è tra gli Stati Uniti e i Talebani e non coinvolge quindi il governo afghano – osserva Schiavulli – In contemporanea il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, e Mark Esper, Segretario alla Difesa statunitense, saranno a Kabul col presidente afghano Ashraf Ghani“.

Nello specifico l’accordo prevede uno scambio di prigionieri, l’inizio delle trattative tra i talebani e il governo afghano e lo stop degli attacchi americani ai talebani. Gli Stati Uniti, inoltre, ritireranno le truppe, ma non completamente, e i talebani dovranno contrastare l’Isis, perché le forze di sicurezza afghane non sono in grado di farlo in autonomia.

Come è vissuto l’accordo nell’area

Ad avere o meno interesse per questo accordo non sono solo le parti direttamente coinvolte, ma anche i Paesi confinanti, come Pakistan e Iran.
“L’Iran non vuole che i talebani entrino nel processo politico – sostiene Schiavulli – perché sarebbero sicuramente contrari agli iraniani. Il Pakistan è un po’ più borderline, perché ha sempre preso i soldi degli americani per la sicurezza e contro il terrorismo, ma è stato quello che i talebani se li è inventati e il Paese presso cui si rifugiavano i talebani stessi quando si ritiravano”.

Ovviamente c’è la posizione degli Stati Uniti e del presidente Donald Trump che, superato l’impeachment, si appresta ad affrontare la campagna elettorale per la Casa Bianca.
“Ovviamente Trump cercherà di rivendersi l’accordo come grande successo – osserva Schiavulli – dicendo che riporta a casa i soldati americani e che l’Afghanistan è stabile. In realtà bisogna vedere cosa succederà, perché una cosa è siglare un accordo di pace e un’altra è implementarlo, cioè che gli afghani comincino veramente a vivere in pace, una condizione che non conoscono perché, essendo l’età media molto giovane ed essendo il Paese in guerra da quarant’anni, anche se in conflitti diversi, la popolazione non ha mai veramente conosciuto la pace”.
Un focus particolare riguarda le donne, le cui condizioni e i cui diritti potrebbero subire un arretramento con i talebani.

Alla fine dell’anno scorso il Washington Post pubblicò i cosiddetti “Afghan Papers“, duemila pagine di appunti tra interviste a generali e diplomatici, in cui si confermava un sostanziale fallimento dei 19 anni di guerra.
“Le guerre non si vincono più e in guerra si mente”, sottolinea la giornalista. Così come la democrazia non si esporta, nonostante lo slogan che gli Stati Uniti utilizzarono all’inizio del conflitto. “La democrazia è un processo sociale – conclude Schiavulli – Io 19 anni fa ero là e ho visto come sono arrivati gli americani. Ero a casa del vecchio re, l’unica figura riconosciuta a livello unitario. Arrivò una delegazione statunitense che gli disse di non farsi nemmeno vedere in giro, perché loro avevano scelto la persona su cui puntare, che era Hamid Karzai”.

ASCOLTA L’INTERVISTA A BARBARA SCHIAVULLI: