L’emergenza sanitaria in atto in Italia sta avendo un forte impatto anche sul turismo. Secondo il calcolo di Confturismo-Confcommercio sono 7,4 i miliardi di euro che verranno bruciati.
A svuotarsi sono gli alberghi, le mete turistiche, ma anche tutte quelle abitazioni messe sul mercato degli affitti brevi attraverso piattaforme come Airbnb. Una bolla che negli ultimi anni, in mezzo mondo, ha creato non pochi problemi nei centri cittadini, sottraendo centinaia di alloggi a studenti e famiglie.

Ora che, a causa delle restrizioni dell’emergenza coronavirus, questa bolla si sta sgonfiando, gli host delle piattaforme stanno cambiando atteggiamento. Dalle barricate, con aiuti politici, contro qualsiasi forma di regolamentazione pubblica del mercato degli affitti turistici, ora gli host sono passati ad invocare l’aiuto del pubblico stesso di fronte alle difficoltà riscontrate a causa del vuoto nelle prenotazioni. “Chiederemo un regime di moratoria: lo Stato congeli le tasse e si faccia garante nei confronti delle banche”, ha detto venerdì scorso Stefano Bettanin, presidente dell’Associazione property managers Italia, che rappresenta una parte dei gestori degli alloggi extra alberghieri.
E qualcuno forse inizia a rimpiangere di non aver affittato il proprio immobile ad una famiglia o a un gruppo di studenti.

Affitti turistici: l’illusione evaporata

“A Bologna, qualche giorno fa, Local Pal, che è un’associazione di piccoli host, ha chiesto al sindaco sostanzialmente di sospendere la tassa di soggiorno perché registrano un calo del 90% delle prenotazioni – osserva ai nostri microfoni Fabio D’Alfonso del comitato Pensare Urbano – I gravi danni economici causati dell’emergenza, però, sono anche frutto dell’impostazione economica di questo Paese, di come in questi anni si è fatto in modo che il turismo prendesse una quota sempre maggiore e generasse introiti concentrati nelle mani di pochi”.

Il problema della disponibilità di alloggi per studenti e famiglie registrato in questi anni, però, non è stato causato dai piccoli proprietari, ma dai grandi gruppi finanziari che possiedono centinaia di immobili.
Chi, invece, ha ereditato una casa o una stanza si è infilato in questa scia e spesso lo ha fatto per compensare anche i tagli al welfare.
I piccoli host, del resto, rimanevano esclusi dalle regolamentazioni al settore che erano state proposte. Una di queste, infatti, fissava a tre il numero di abitazioni massimo che si potevano inserire sulla piattaforma.

Il virus evidenzia l’errore della turistificazione

Immaginare una città di users invece che di cittadini era sbagliato e l’emergenza coronavirus lo sta dimostrando. Oltre alle questioni di principio e di diritto, pensare che un centro urbano posso fare a meno del tessuto sociale rappresentato dai residenti si sta rivelando perdente anche dal punto di vista economico.
Un’economia “stanziale” sarà forse più lenta e profittevole sul breve periodo, ma è più stabile e meno soggetta a variabili, come si sta dimostrando in questi giorni.
Certo, il virus è una variabile imprevedibile e per certi aspetti unica, ma ne esistono altre assai meno rare ed eccezionali che avvalorano il discorso.

“Il turismo è un settore a bassa produttività – ricorda D’Alfonso – dove si annida il lavoro nero, il lavoro sfruttato, pagato a cottimo ed è più sensibile a fattori come la crisi economica”.
Anteponendo il problema sanitario ad ogni altro discorso, Pensare Urbano però vuole poter discutere dei problemi che l’emergenza ha evidenziato, anche se il timore è che, passata l’emergenza, si tornerà alla retorica del turismo. “Già assistiamo a discorsi da parte di tutte le forze politiche sul Made in Italy, sul fatto che l’Italia è un Paese sicuro – sottolinea D’Alfonso – Il punto è che l’Italia dovrebbe essere un Paese sicuro a prescindere dall’emergenza sanitaria, ma per chi lavora e per chi vuole viverci”.

ASCOLTA L’INTERVISTA A FABIO D’ALFONSO: