Un altro eroe degli anni 60 ci lascia: un grande inventore di musica, un combattente per la libertà, un intellettuale raffinato.

A 76 anni è morto Charlie Haden, un ovvio avvicendamento anagrafico. A volte però diventa inevitabile ribellarsi alla banalità del tempo ed inveire contro gli dei della musica.

Nel ’59 Haden fu uno dei magici artefici nella rivoluzione colemaniana che inventò La Forma del Jazz del Futuro, disegnando quella drammatica linea continua di basso che sostenne tutta la malinconia della Lonely Woman di Ornette.

Nel ’60 nella free painting musicale di Free Jazz Charlie Haden scolpì un altro cammeo nell’incredibile duo con Scott LaFaro, In questa sezione del doppio quartetto si preannunciarono le due grandi scuole di contrabbasso a venire: quella hadeniana profonda, drammatica, sanguigna dei vari Fred Hopkins o Malachi Favors e quella di LaFaro geometrica, adamantina e scintillante dei Dave Holland o dei Niels-Henning Orsted Pedersen.

Charlie Haden non si accontentò di aver rivoluzionato un modo di sentire il jazz, ma azzardò anche  l’attacco al cielo cercando di interpretare lo stesso concetto di libertà ed emancipazione. Accade nel ’69 quando nella Crisis colemaniana, fece bruciare la carta dei diritti intonando la bellissima For for Che, dedicata alla scomparsa di Guevara in Bolivia. Il flamenco latino della cavata di Haden preannuncia un triste canto contornato dai solos di Coleman e Redman e da un inserto di quell’ Hasta Siempre Comandante che divenne per anni l’inno dell’internazionalismo antimperialista. Succede nel Portogallo del dittatore Salazar, dove la Song for Che di Haden con la sua band fa scattare in piedi un intero teatro col pugno chiuso, mentre irrompono sul palco solerti poliziotti per portare via il musicista in manette.

Nello stesso anno con Carla Bley riunisce la Liberation Music Orchestra, secondo un progetto che proclama che il mondo è uno e che il blues è di tutti: Il jazz diventa allora collante per legare le canzoni della guerra civile spagnola e la We Shall Over Come di Pete Seeger. La calligrafia di Carla Bley e la forza di Charlie Haden creano quel mix in cui nuotano tante voci importanti degli anni ’60, dalla tromba di Don Cherry al tenore di Gato Barbieri.

Ma la rivoluzione è come il dio Cronos che divora i suoi figli. Molti musicisti della New Thing si arrendono a ciò che sembra invincibile ed immutabile. Lo stesso Archie Shepp realisticamente dichiarerà: “Dato che non posso portare la mia musica nella rivoluzione, porterò la rivoluzione nella mia musica”. Questo però non è sufficiente per  Charlie Haden che continua testardamente a legare passioni politiche a ricerca musicale. La musica si fa sempre più dolce e malinconica, negli incredibili duos con il piano di Keith Jarrett o l’arpa di Alice Coltrane (Closeness, 1976), o con i Nuovi e Vecchi Sogni colemaniani del Charming Mao, dolente canto funebre in onore al Grande Timoniere.

Arrivano gli anni del Quartet West con Ernie Watts & Bille Higgins con la dolce First Song e la reinterpretazione geniale del Requiem tristaniano, trasformato in altro rispetto alla mitica versione del ’55 grazie all’aggiunta di una sezione violini, ma ancora ricco della sospensione e del mistero presenti nell’originale del grande guru del cool .

Torna periodicamente la Liberation Orchestra con i Not In My Name (vi ricorda qualcosa?) e con I Ladri di Sogni, una suite latinoamericana con tracce di mariachi messicani e quenas andine.

Questi appunti in ordine sparso sono solo alcuni frammenti di una ben più vasta produzione artistica racchiusa nella mia discoteca, ricordi di momenti decisivi per la mia vita, come il Broken Shadows del Bologna Jjazz estival del ’69, con Billie Higgins, Dewey Redman, Ornette Coleman & Charlie Haden. Un debito di gratitudine che non potrò mai saldare e che mi fa sentire oggi un po’ più orfano, tanto da dubitare dello stesso Bertold Brecht quando affermava: “Beati i popoli che non hanno né miti né eroi”.

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