Mentre la Regione Emilia Romagna effettua una nuova stretta, limitando le passeggiate e i giri in bicicletta che pure erano consentiti dai decreti governativi, le lavoratrici e i lavoratori dell’accoglienza continuano a lavorare spesso in assenza di protezioni individuali e con la pretesa dei committenti pubblici (Prefetture, Comuni e Asp) di fare da guardiani dei richiedenti asilo ospitati nelle strutture.
Lo denuncia Adl Cobas in un comunicato in cui chiede l’urgente convocazione di un tavolo di crisi con cooperative ed enti gestori.

Accoglienza: il mancato rispetto della sicurezza

“Mentre ormai in tutto il mondo crescono preoccupazione e si fa di tutto per trovare forme di prevenzione e contenimento (del coronavirus ndr) – si legge nel comunicato di Adl Cobas di Bologna – continuiamo a registrare sul nostro territorio gravi mancanze riguardanti la tutela sanitaria delle persone nei centri di accoglienza (ospiti, lavoratrici e lavoratori) e in altri settori dei servizi sociali”.
In particolare, denuncia il sindacato, Asp, Comune e Prefettura hanno demandato completamente ad enti gestori, e di conseguenza scaricato su lavoratrici e lavoratori, il carico del controllo e della prevenzione sanitaria straordinaria, senza apportare nulla né in termini di procedure né di risorse per prevenire e contenere i potenziali contagi.

“Asp continua ad intimare il proseguo dell’attività lavorativa come nulla fosse, ostacolando esplicitamente la possibilità di smart-working da casa, contravvenendo alle disposizioni governative ed esponendo così a maggiori rischi le operatrici/ori – sottolinea Adl Cobas – Ciononostante si registra la pressoché totale assenza di previsione di risorse e strumentazione quali mascherine (come da art 16 DL 17 marzo 2020 n°18), guanti ed igienizzanti, o la sanificazione da parte di aziende specializzate delle strutture piccole, medie e grandi. Anzi, in questi giorni l’onere economico e di reperimento di guanti e mascherine è stato direttamente scaricato sui lavoratori”.

Gli operatori sociali non sono sbirri

Ai tempi della discussione sul decreto Minniti-Orlando fece molta polemica e provocò mobilitazioni una norma che attribuiva agli operatori e alle operatrici sociali funzioni da pubblici ufficiali. Quella norma fu poi ritirata dal testo che divenne legge.
Oggi, però, di fronte all’emergenza sanitaria, i committenti pubblici chiedono ad operatrici ed operatori di svolgere un ruolo di controllo ulteriore rispetto a quello già svolto delle forze dell’ordine e di sanzionare con lettere di richiamo o decurtazioni pecuniarie eventuali trasgressioni degli ospiti ai decreti nazionali e alle ordinanze locali.

“A chi lavora nel sociale, dal disagio adulto, alla prossimità, ai minori e ai richiedenti asilo, viene intimato di continuare il proprio operato, che troppo spesso ormai coincide con una funzione pretesa di controllo, completamente in antitesi con il ruolo e il lavoro dell’operatrice/ore dell’accoglienza – scrive il sindacato – Non a caso in questi giorni alcuni enti, sollecitati dalla Prefettura, proibiscono del tutto l’uscita dai centri anche in tutti i casi previsti dalla legge, creando così due pesi e due misure, e parecchia tensione nelle strutture, dovuta alla contemporanea impossibilità di iscriversi all’anagrafe, precludendo il medico di base e quindi l’accesso alle cure”.

Il rischio è quello che, nei grandi centri di accoglienza, la situazione risulti esplosiva. Oltretutto in un contesto in cui, come denunciato qualche giorno fa da Coordinamento Migranti ed altre realtà bolognesi, le condizioni igieniche e le distanze di sicurezza di un metro, non sono garantite.
Adl Cobas chiede dunque “l’urgente convocazione da parte dell’Amministrazione Comunale, Asp e Prefettura di un tavolo di crisi con Cooperative ed Enti gestori. I lavoratori e le lavoratrici dell’accoglienza non sono più disposti a scegliere tra mettere a rischio la propria vita o perdere il posto di lavoro e in caso in cui non ci saranno risposte immediate mettiamo in conto forme di agitazione e denuncia pubblica”.

ASCOLTA L’INTERVISTA A UN LAVORATORE DELL’ACCOGLIENZA: