Il caso di George Floyd e del razzismo negli Stati Uniti ha riacceso il tema della brutalità della polizia anche da questa parte dell’oceano. Se la violenza istituzionale delle forze dell’ordine in America del nord ha una chiara componente razziale, in Europa il fenomeno si presenta con modalità diverse, ma non meno preoccupanti.

Lo dimostra Acad – Associazione contro gli abusi in divisa, nata dopo i casi di Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Pino Uva e le altre persone morte in seguito ad un fermo di polizia. L’associazione ha fatto un quadro, insieme ad analoghe realtà che lavorano in Francia, Catalogna e Paesi Bassi, degli abusi che avvengono in Europa ed ha lanciato una campagna di raccolta fondi per finanziare le proprie attività di sostegno alle persone che subiscono abusi.

Abusi in divisa: la situazione in Europa

Gli abusi delle forze dell’ordine sembrano essere una costante in diversi Paesi anche europei. La matrice razziale è comunque presente in ogni contesto, ma non sempre assume il peso e la rilevanza che ha negli Stati Uniti. Spesso, in Paesi europei come la Francia e la Spagna, il “movente” politico nella repressione dei movimenti sociali è la casistica più frequente, ma non manca il capitolo di abusi contro soggettività considerate devianti, come i tossicodipendenti o i poveri.

In Francia uno degli ultimi casi che ha fatto discutere è quello di Adama Traoré, morto in circostanze sospette il 19 luglio del 2016 in un commissariato di polizia nella capitale. L’autopsia ha riscontrato nell’asfissia la causa della morte.
Ma ad aver acceso i riflettori sugli abusi in divisa negli ultimi anni è stata l’uccisione di Rémi Fraisse, botanico e attivista ambientale, morto a causa di una granata della polizia francese.

A raccontare questi episodi e le tante battaglie che avvengono in Francia su questi temi è il collettivo Disarmons-les, che svolge un’azione simile a quella di Acad in Italia.
I collettivi di vittime o mutilati dalle forze dell’ordine, le associazioni che raggruppano i famigliari delle persone decedute in seguito agli abusi in divisa o le campagne di sensibilizzazione e denuncia sono numerose in Francia. Oltre a Disarmons-les troviamo “Urgence notre police assassine“, ma anche “Vies volées“. C’è chi si batte per avere verità e giustizia, chi studia il rapporto tra la repressione e le pratiche coloniali, chi si oppone alle pericolose tecniche di contenimento e immobilizzazione utilizzate dalla polizia.

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Anche in Spagna, Paese che non ha mai veramente fatto i conti col fascismo franchista, la situazione è simile. Qui una delle campagne riguarda la richiesta di abolire l’uso dei proiettili di gomma durante le manifestazioni, che hanno prodotto un numero considerevole di persone che hanno perso un occhio.
Gli attivisti intervenuti durante la videoconferenza di Acad, esponenti delle associazioni Eca – Espai de Collaboraciò Antirepressiu (in Catalogna) e di Ernai (Paesi Baschi), evidenziano come durante la quarantena si sia registrato un picco di abusi.

Non va dimenticato che lo Stato spagnolo non ha la mano tenera nei confronti delle istanze autonomiste e indipendentiste e non è un caso che che i prigionieri politici, sia in Catalogna che nei Paesi Baschi, siano un numero consistente.
Le immagini a cui abbiamo assistito nell’ottobre del 2017, quando in Catalogna si è tenuto un referendum sull’indipendenza, con la polizia spagnola a reprimere violentemente le persone nelle strade, rendono bene l’idea del problema.

I casi italiani

Le morti di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi sono sicuramente i casi più noti nel nostro Paese. E forse sono gli unici, per il momento, che sono riusciti ad infrangere il detto che “lo Stato non processa se stesso”.
Accanto a questi, però, ci sono un’altra trentina di casi, più o meno recenti, di persone che hanno perso la vita quando si trovavano in stato di fermo o comunque nelle mani delle forze dell’ordine.

“Un caso che abbiamo seguito dall’inizio è quello di Arafet Arfaoui, morto in un money transfer di Empoli il 17 gennaio 2019 – racconta Carlotta di Acad – Era accusato di avere una banconota da venti euro falsa e questo rende bene l’idea. Ma anche il caso di Riccardo Magherini, morto con la stessa dinamica di George Floyd negli Stati Uniti”.
Un tratto che accomuna tutti i casi italiani è il tentativo di depistaggio, insabbiamento e il fango gettato sulle vittime, accusate di essere tossici, ladri o comunque di essersela cercata.

Le attività di Acad sono da un lato la sensibilizzazione su questi temi, dall’altro le battaglie legali e il supporto alle famiglie delle vittime, ma ancor prima alle persone che si trovano in situazioni di difficoltà.
Particolarmente rilevante è il numero verde messo a disposizione dall’associazione, che il risponde 24 ore su 24 all’800-58-86-05. Una rete capillare di avvocati può intervenire qualora le persone si trovassero in stato di fermo e lo scopo è che vengano impediti gli abusi.

“Durante il lockdown – spiega l’attivista – non abbiamo potuto svolgere le iniziative di autofinanziamento per sostenere i costi del numero verde, che si aggirano sui 1500 euro all’anno. È per questo che lanciamo una campagna di raccolta fondi per finanziare le nostre attività.

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