Non sono ancora pronte ad arrestarsi le proteste polacche che da dieci giorni consecutivi stanno bloccando le strade del Paese per contestare l’inasprimento della legge nazionale sull’aborto.
Culminate nella grande manifestazione di venerdì a Varsavia che ha mobilitato 150 mila persone, le proteste sono nate dopo la sentenza del tribunale costituzionale del 22 ottobre che rende illegale l’interruzione di gravidanza in caso di malformazione del feto.

Aborto Polonia: nelle piazze la rivolta contro le restrizioni alla legge

«È una specie di divieto totale di aborto – spiega la giornalista Claudia Torrisi –perché la legge approvata nel 1993 consentiva l’aborto legale solo in tre casi: frutto di un atto criminale (stupro e incesto), pericolo di vita della donna e gravi malformazioni fetali». Dei pochi aborti legali censiti all’anno in Polonia (secondo i dati circa un migliaio) il 98% di questi era costituito proprio da interruzioni dovute a malformazioni del feto.
Quella polacca è inoltre una delle leggi anti-aborto più restrittive in Europa. Da quando nel 2015 salì al potere il partito Diritto e giustizia ultraconservatore e cattolico sono stati diversi i tentativi parlamentari per respingere le modifiche restrittive alla legge. Tentativi tutti falliti.
«L’anno scorso – spiega Torrisi – un centinaio di parlamentari, di Diritto e giustizia ma anche di altre formazioni di estrema destra, hanno agito su pressione della Chiesa cattolica e hanno sollevato in Corte Costituzionale la questione di legittimità della legge, che consentiva appunto di abortire in casi di malformazioni del feto». Corte costituzionale che è stata uno dei primi organi a cadere sotto il controllo di Diritto e giustizia.

E mentre le piazze rivendicano il diritto all’autodeterminazione, nonostante la sentenza non sia ancora operativa, «gli ospedali e le cliniche polacche stanno già iniziando a cancellare gli appuntamenti e respingere le donne», racconta Torrisi.
L’imposizione del parto legittimata dalla legge non ha però soltanto conseguenze morali sulla società polacca ed europea. Secondo diverse associazioni femministe si possono infatti contare tra le 100 mila e le 200 mila donne all’anno che si spostano all’estero per l’interruzione volontaria di gravidanza o che abortiscono in modo illegale.
Secondo Torrisi, però, gli aiuti e il sostegno alle donne in tema aborto (come la possibilità di appoggiarsi a reti di supporto che aiutano a ordinare le pillole online) è ancora una questione di classe. «Andare all’estero per abortire quando non supportate da reti che si fanno carico del viaggio diventa una cosa che può fare solo chi se lo può permettere. Così come avere accesso a tutte le risorse online, pensando ad esempio a chi abita nei paesini. Proprio per questo in piazza stanno scendendo moltissimi medici e ginecologi. La loro paura è che l’aborto clandestino possa subire una crescita assolutamente esponenziale».

La rabbia e la preoccupazione dei cittadini polacchi scesi in strada per protestare vanno però collocate in uno scenario più ampio di timore legato alla pandemia di Coronavirus. «La Polonia – spiega Torrisi – non è esente dal momento che stiamo vivendo perché i contagi stanno crescendo. È interessante però che proprio qui il movimento delle donne è stata la prima manifestazione in Europa di piazza ai tempi del primo lockdown. Ad aprile infatti c’era stato un primo tentativo e, nonostante si fosse nel pieno della prima ondata, le donne sono comunque scese in piazza trovando dei metodi alternativi». Dalle bandiere sulle biciclette e sulle macchine, al blocco del traffico fino alle file distanziate davanti ai negozi a suon di slogan e brandendo striscioni, le donne polacche hanno continuato a lottare a gran voce per i propri diritti.
«Ora queste misure sono cessate – conclude Torrisi – e le manifestazioni hanno preso tutt’altra piega, anche perché non si tratta più di difendere la legge esistente. Le persone e i soprattutto i movimenti femministi vogliono una legge sull’aborto legale».

Francesca Maria Chiamenti

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