La salute, non intesa come mera assenza di malattie, ma come benessere psicofisico e autodeterminazione, è uno dei temi che il movimento transfemminista Non Una di Meno porterà in piazza per la quarta edizione dello sciopero dell’8 marzo, che quest’anno si estenderà anche al 9.
Da sempre, infatti, il corpo della donna e delle soggettività non conformi è un campo di battaglia per il patriarcato e per i gruppi fondamentalisti religiosi che lo considerano alla stregua di un contenitore riproduttivo.

I recenti attacchi di Matteo Salvini all’interruzione volontaria di gravidanza, definita “bancomat sanitario per stili di vita incivili”, sono solo la punta di un icerberg che recentemente ha trovato manifestazione nel Congresso mondiale della famiglia di Verona dove, per fare un esempio, si distribuivano gadget antiabortisti a forma di feto, valicando ogni limite del disgusto.
A parte le manifestazioni più folkloristiche, però, i problemi concreti per la salute della donna sono rappresentati dagli altissimi livelli di obiezione di coscienza, che rendono sempre meno agibile l’interruzione di gravidanza, i presìdi colpevolizzanti dei gruppi antiabortisti davanti agli ospedali e la privatizzazione della sanità, che spesso finisce in mano a società cattoliche.

Aborto, i dati reali e l’obiezione di coscienza

I dati sulle interruzioni volontarie di gravidanza sono in calo da anni. Ad oggi si registrano circa 80mila aborti volontari all’anno su tutto il territorio nazionale, mentre nel 1980, secondo anno di applicazione delle legge 194, erano 220mila. Dal 2014 gli aborti sono scesi sotto la soglia dei 100mila, in un trend di costante diminuzione.
Quanto agli aborti plurimi, al centro degli attacchi di Salvini, la risposta è arrivata dal ginecologo Silvio Viale: “Solo il 2,3% delle donne fa 3 o più interruzioni volontarie di gravidanza e di solito sono anche quelle che hanno fatto più figli, mentre i 3/4 sono alla loro prima. Ridicola la polemica contro le donne straniere. Se è vero che fanno il 30% delle interruzioni, di cui il 40% dei Paesi dell’est, è altrettanto vero che il 22% dei nati ha almeno un genitore straniero. Condannare e punire le donne ed essere indulgenti con i maschi è tipico della misoginia”.

Ad aumentare costantemente, invece, sono gli obiettori di coscienza, che ormai si attestano al 70% su tutto il territorio nazionale, con picchi superiori nelle regioni del sud e in contesti dove si verificano delle vere e proprie obiezioni “di struttura”, dove cioè si registra il 100% di obiezione.
Alla base del dato non ci sono solo le personali ragioni di coscienza o convinzione religiosa ma, come ha dimostrato l’Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto (Amica), ci sono veri e propri indottrinamenti all’obiezione. È il caso della scuola di specializzazione in Ostetricia e Ginecologia dell’Università Campus Bio Medico di Roma che “impone a studenti e frequentatori l’obiezione di coscienza in merito all’interruzione volontaria di gravidanza”.
In particolare, all’articolo 10 della Carta delle finalità del Campus si legge: “Il personale docente e non docente, gli studenti e i frequentatori dell’Università si impegnano a rispettare la vita dell’essere umano dal momento iniziale del concepimento fino alla morte naturale. Essi considerano l’aborto procurato e la cosiddetta eutanasia come crimini in base alla legge naturale; per tale motivo si avvarranno del diritto di obiezione di coscienza previsto dall’art. 9 della legge 22 maggio n. 194”.

Le rivendicazioni di Non Una di Meno

Il movimento transfemminista, oltre alla libertà di autodeterminazione e di aborto per le donne, avanza altre rivendicazioni che attengono alla salute. In generale Non Una Di Meno intende valorizzare il piacere come cardine della salute sessuale, slegandola dalla sola dimensione riproduttiva e medica. In quest’ottica la patologizzazione e medicalizzazione forzata sui corpi considerati fuori dalla norma viene considerata violenza istituzionalizzata. Ad esempio il movimento si schiera contro la rettificazione neonatale dei genitali delle persone intersex, ma anche il doversi sottoporre a diagnosi psichiatriche per disforia di genere per accedere a percorsi di transizione o essere costretti ad operazioni chirurgiche.

Al contempo, trattandosi di un movimento intersezionale, Non Una Di Meno ritiene che l’accesso ai servizi sociosanitari debba avere carattere universalistico e per arrivare a questo punto occorrerebbe un cambiamento dei servizi stessi, per raggiungere una piena inclusione di tutte le soggettività e non solo quelle bianche, giovani, abili, eterosessuali e native.
Un altro punto riguarda i consultori, che nell’idea di Non Una Di Meno devono tornare ad essere spazi politici, culturali e sociali oltre che come servizi socio-sanitari, valorizzando la loro storia di luoghi delle donne per le donne.

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