La pianista svizzera Sylvie Courvsier porta sul palco un’ottima musica di un ottimo trio

La giornata conclusiva dell festival si apre con il quartetto austro-olandese di Herwig Gradischih al sax tenore, Max Nagl  al contralto, Peter Herbert al basso e Michael Vatcher alla batteria. Il set propone fin da subito un brano che prende avvio da un’atmosfera cool alla Lee Komitz e ci conduce fino al gioioso canto colemaniano. Il gruppo è ben amalgamato, il sound asciutto ed elegante, i solisti alle ancie mostrano buone qualità. 

A seguire arriva il progetto “Double Windsor”  del Sylvie Courvoisier Trio. La pianista svizzera ha un accompagnamento di prim’ordine: Drew Grass al contrabbasso e Kenny Wollesen alla batteria. Entriamo in un ambito musicale con forte impronta “colta”, ottimamente espressa dalla tessitura che la leader sa costruire sapientemente. Evidenti sono i suoi rimando espliciti ai movimenti impressionistici di inizio ‘900. Questo imprinting non porta però ad un impasto generale greve o presuntuoso, ma rimane saldamente radicato in un’orbita di musica creativa. Fondamentali in questo baricentro artistico risultano essere la comprovata capacità dei suoi due accompagnatori, che garantiscono al gruppo non solo solidità e compattezza sonora, ma anche un continuo gioco tra le parti, qualità prima per formazioni in trio. In particolare ha affascinato l’interplay di Wollesen con le invenzioni della Courvoisier, un esempio paradigmatico di come mettere al servizio di un progetto tutta una grammatica musicale percussionistica acquisita in una eccezionale carriera.

Curiosità in platea per l’arrivo della band emergente dei Get The Blessing, quartetto londinese reduce da alcuni registrazioni in studio interessanti. La verifica è assai deludente: quella che voleva presentarsi quasi come una  semplicità alla tarantino, una sorta di Naked City zorniana rivissuta in salsa anglosassone si esplicita banalmente come una musica povera di spessore, di idee e suonata pedissequamente. Buon per la band che la platea vuole ballare con ritmi ovvi e si diverte ricambiando con calorosi applausi.

Saalfelden non è certo nuovo nell’indagare l’ambiente musicale di Chicago ed anche questa domenica la Wind City è presente con il Stirrup del violoncellista Fred Londberg-Holm. Giovane esecutore (si esibisce anche alla chitarra), lavora con uno strumento elettrificato ed intesse assoli sulla ritmica impostata da Nick Macri’ al basso e Charles Rumback alla batteria. 

E’ propria di Chicago la tradizione di gruppi a corde, uno per tutti i Revolutionary Ensemble di buona memoria ed anche questi giovani epigoni di quella wave creativa si misurano con questi organici tipici della musica cameristica. Oggi, rispetto agli allora Leroy Jenkins, si è perduta la cifra drammatica per  acquisirne una più leggera, sapendo però di fare di questa leggerezza un fluido intriso di idee. La musica scorre bene ma sembra non riuscire a trovare una suo baricentro e una sua conclusione emotiva. Questa sindrome da “branus interruptus” limita le potenzialità di questa proposta creativa, lasciando un non detto nella comunicazione con gli ascoltatori.

Anche quest’anno la rassegna chiude con la dedica ad un grande della storia del jazz. Oggi è la volta di Archie Shepp, icona della free music anni ’60 e maestro di cerimonia della musica di protesta. Il tenor saxofonista si presenta come star nel gruppo del bravo pianista tedesco Joachin Khun.

Il sound evocato sembra essere uscito dagli anni ruggenti, lunghe cavalcate ritmiche alla “Yashmina, a Black Woman“, con un sapore di fratellanza della negritudine sottolineato dal balafon elettrificato di Majid Bekkas, con un’iterativita’ del beat che ipnotizza ed affascina. Anche le idee musicali di Shepp rimandano direttamente ai Blasé’ della Big Actuel: i barriti di sax, i vibrati alla Ben Webster,  i monologhi arrabbiati, le ballad accarezzate. I pensieri di Shepp sono rimasti quelli d’allora, peccato che la voce del sax esca oggi quando e come vuole, sottolineando impietosamente i 77 anni suonati del vecchio leone. 

Il pubblico comprende ed attribuisce ad Archie un’ovazione non certo legata al concerto sentito in sala, quanto ad una vita intera di grande saxofonista, coraggioso innovatore e protagonista di mille avventure.

Si chiude come sempre con le maestranze del festival che applaudono la gente all’uscita e le persone che ricambiano sorridenti.

Così anche il 35° Saalfelden Jazz Festival è arrivato in porto, segnando a dire il vero un’edizione minore rispetto alla grande qualità di proposte con cui ci ha viziato in tutti questi anni: forse la spening rewiew non è solo pane di casa nostra…