La giornata di sabato ci porta in Slovenia a Nova Gorica per ascoltare l’Area Project, lavoro basato largamente sui pezzi della mitica band di Demetrios Stratos, riletti dall’allora pianista Patrizio Fariselli, oggi accompagnato da Marco Micheli al basso elettrico, Walter Paoli alla batteria e Claudia Tellini come vocalist. Subito si coglie la sfida che tali rielaborazioni hanno dovuto affrontare, ovvero come riportare in vita brani ormai mitici senza cadere in un inutile revival. La chiave per sottrarsi a questa sudditanza storica sta nell’orchestrazione odierna, molto più giocata sul versante jazzistico rispetto a quella più rock dei brani originali e nell’uso della bella voce della Tellini, che si sottrae dall’impossibile compito di replicare l’assoluta maestria della voce di Stratos per guadagnarsi una propria identità e riconoscibilità.

Tutto ciò non impedisce di tornare prepotentemente agli Area anni ’70 all’irrompere di quei temi circolari lanciati come sirene vendicatrici che allora suonarono come colonna sonora di un’intera generazione ribelle. Infatti, quando al Kulturni dom di Nova Gorica arriva il Luglio, Agosto, Settembre (nero) col grido “Non è colpa mia se la tua realtà mi costringe a fare guerra all’omertà” torna quel groppo in gola che ti ricorda amaramente, per dirla alla Morante, che la storia continua…

Il primo pomeriggio si rimane in Slovenia per incontrare un trio costruito su due norvegesi (HÅKER FLATEN / NILSSEN-LOVE (USA, Norway) ed un grande del jazz d’oltre oceano come David Murray. In una delle belle location dei concerti friulani il gruppo presenta un set dal sapore colemaniano nella ideazione dei brani, dove però Murray intona assoli che ritrovano anche tutte quelle fascinazioni ayleriane dei tempi delle Flowers fo Albert. La musica scorre vivace e nervosa, ma c’è anche spazio e tempo per un tango ed una elaborazione di A Natural Woman di Aretha Franklin.

Un brevissimo salto di frontiera (un confine oggi non più visibile che qualcuno vorrebbe ripristinare magari con un bel muro come ha proposto il governatore leghista Fedriga …) ed eccoci a Gorizia per il recital della cantante Dianne Reeves. Come d’obbligo in questi concerti apre il set il gruppo d’accompagnamento ( Peter Martin: piano, Romero Lubambo: guitar, Reginald Veal: bass,Terreon Gully: drums) che per l’appunto fa proprio il gruppo di accompagnamento, quindi certamente bravi, ma senza troppo mostrarlo per non oscurare la stella della serata. Infatti il concerto davvero inizia con l’entrata in scena della Reeves e il suo sound fortemente improntato alla tradizione brasiliana ricca di quella sensulità e malinconia che ha fatto l’epica della saudade. Davvero convincente con le sue modulazioni vocali in uno scat jazzistico dal sapore carioca, dimostrandosi donna capace di tenere ottimamente la scena, esperta nel giocare con il pubblico per portarlo all’entusiasmo, sapiente nel dosare elementi spettacolari ad altri di assoluto valore artistico. Così, quando attacca La Pioggia di Marzo di Jobin, il grande teatro di Gorizia esplode in un boato di applausi.

Si torna a Cormons per il concerto serale con un appuntamento assai atteso, ovvero quello del trio americano/britannico/indiano dei Cross Currents con Chris Potter ai sax tenore e soprano, Dave Holland al contrabbasso e Zakir Hussain alle tablas. Inutile sottolineare lo spessore di un musicista come Holland protagonista fin dai tempi dell Bitches Brew di Davis, o decantare le lodi di un solista con Potter tra i più quotati della scena attuale. Magari invece meritano una sottolineatura le percussioni di Hussain, tablista capace di un’equilibratissima ed elegantissima punteggiatura ritmica. La musica che ne sortisce è geometricamente perfetta, bilanciata con grande perizia tra i tre artisti ed impreziosita dagli assoli che i singoli a turno si prendono. L’intenzione del progetto è probabilmente quello di misurare la tradizione jazzistica con quella grande orientale. Sta qui forse il punto più problematico, come se questa attenzione potesse sempre tirare un freno a mano invisibile, per esempio, all’irruente vulcanicità di Chris Potter.

Torna l’ora solare e gli affaticati spettatori nomadi del Jazz & Wine possono beneficiare di un’ora più di sonno. La mattina di domenica ad accoglierli è la maestosa e semplice tenuta Villanova a Farra d’Isozo, ambiente esaltato da un autunno primaverile che riveste le foglie di mille colori con un aria tersa e brillante. Saziati gli occhi passiamo alle orecchie con il trio “free” Ballister: il chicagoano Dave Rempis al sax contralto e tenore, accompagnato da musicisti scandinavi della qualità di Fred Lonberg-Holm al violoncello e Paal Nilssen-Love alla batteria. Nel set si susseguono segmenti di musica improvvisata, lontanissima da certi soliloqui autoreferenti in cui spesso questa tendenza casca, ma estremamente creativa grazie soprattutto al fraseggio sempre lucido di Rempis ed all’incalzante drumming di Nilssen-Love. Saziati gli occhi e sfamate le orecchie, non rimane che gustare l’ottimo cattering per completare il gioco dei sensi.

Ultimo appuntamento per i visitatori di Radio Citta’Fujiko è quello caratterizzato dal duo dell’ivoriano Aly Keita al balafon e dell’americano Hamid Drake alla batteria. La musica è quella africana dell’area del golfo di Guinea, terra di griot,cantastorie del popolo e probabilmente grandi proto-nonni del blues a venire. Il connubio tra Drake alle percussioni e Keita al balafon funziona e regala al pubblico un concerto fatto di grande qualità, leggibilità e giocosità. Una sorta di lezione di storia della musica della serie imparare divertendosi. Il pubblico impara, si diverte ed applaude davvero convinto.

Ultima nota per questi giorni di festival: tanti i concerti, molte le locations, così diverse le musiche proposte. Sola una cosa è costante: sale piene sempre con il sold out. Sarà forse per i calici abbondanti, o magari per gli scenari di un Friuli magico, oppure per le attente scelte musicali, ma è da ventidue anni che va avanti così…