C’è anche lo sciopero femminista dell’8 marzo, che quest’anno si sarebbe dovuto tenere lunedì 9 marzo, tra le iniziative che salteranno a causa delle ordinanze contro il coronavirus.
Lo comunica Non Una Di Meno Bologna, la branca territoriale del movimento che è direttamente coinvolta dalle restrizioni confermate dalla Regione.
La quarta edizione della protesta transfemminista, però, non verrà semplicemente eclissata dall’emergenza, ma le attiviste fanno sapere che troveranno altre forme di lotta.

8 marzo: lo stop allo sciopero

“A causa della revoca dello sciopero generale del 9 marzo da parte della Commissione di Garanzia – scrive Non Una Di Meno Bologna su Facebook – e rendendoci conto che dopo due settimane di ordinanze per moltissim* sarebbe stato comunque impossibile astenersi dal lavoro produttivo e riproduttivo, abbiamo deciso di annullare la piazza del pomeriggio dell’8 e quella della mattina del 9″.

L’annullamento dello sciopero, in realtà, riguarda tutto il territorio italiano e, ad annunciarlo, è anche il sito nazionale di Non Una Di Meno.
Contestualmente, però, il movimento transfemminista fa sapere che non è un semplice forfait. “Non rinunciamo alle altre forme di lotta per essere anche noi parte dello sciopero femminista e transfemminista globale”, si legge ancora nel comunicato. In particolare, per Bologna è confermato l’appuntamento del 9 marzo alle 18.00 in piazza XX settembre.

L’emergenza evidenzia i problemi del patriarcato

L’emergenza sanitaria e le conseguenti ordinanze delle Regioni, del resto, per Non Una Di Meno stanno mettendo in evidenza quelli che sono contraddizioni strutturali del sistema patriarcale e che con lo stato di eccezione si acutizzano.
“Penso ad alcune persone, come le insegnanti precarie, sono costrette a restare a casa perdendo il salario – spiega ai nostri microfoni Alina Dambrosio di Non Una Di Meno Bologna – o a quelle donne rimaste a casa per accudire i bambini e gli anziani. Ma, ad esempio, ci sono lavoratrici, soprattutto donne, che si stanno assumendo il rischio di contagio, come le operatrici sanitarie e le lavoratrici, spesso migranti, dei servizi di pulizia”.

Anche il cosiddetto smart working, indicato da più parte come la soluzione all’attuale situazione, non tiene in considerazione che per molte donne rappresenta un problema, perché è proprio tra le mura domestiche che viene agita la violenza maschile.
In generale, dunque, l’emergenza coronavirus sta rendendo evidente lo smantellamento del welfare, la divisione sessuale del lavoro e il peso sulle spalle delle donne del lavoro di cura e non retribuito.

Le rivendicazioni: welfare universale e reddito di autodeterminazione

L’attuale situazione rende ancora più necessarie due delle richieste e delle rivendicazioni del movimento femminista. Da un lato un welfare universale, che non escluda intere categorie di persone, come ad esempio fa il reddito di cittadinanza, dall’altro un reddito di autodeterminazione, che in una situazione come questa avrebbe aiutato le persone a non perdere salario e, in generale, le libera dal ricatto dello sfruttamento e della precarietà.

ASCOLTA L’INTERVISTA AD ALINA DAMBROSIO: