Il 5 maggio 1981, esattamente quarant’anni fa, moriva Bobby Sands, attivista e politico nordirlandese, volontario della Provisional Irish Republican Army, ma anche e soprattutto scrittore e poeta. Bobby morì a seguito di uno sciopero della fame condotto a oltranza come forma di protesta contro il regime carcerario a cui erano sottoposti i detenuti repubblicani.
Per ricordare la sua figura e ripercorrere la sua storia, la redazione di Vanloon ci propone uno speciale radiofonico.

Bobby Sands, 40 fa la morte dell’attivista e poeta

Ho visto uno dei dottori questa mattina, un tipo sbarbato. Mi sfibra. Il mio peso è di 57,50 chili. Nessuna lamentela. Il direttore del carcere è venuto da me e mi ha detto aspramente: «Vedo che stai leggendo un libro breve. Meglio così. Se fosse lungo non riusciresti a finirlo». Ecco che gente sono. Maledetti! Non importa. E’ stata una giornata lunga. Pensavo allo sciopero della fame. La gente dice tante cose del corpo, ma non vi fidate. Io penso che ci sia davvero una specie di lotta.[…]
La mente è la cosa più importante. Se non hai una mente forte per resistere a tutto non ce la fai. Ti manca ogni spirito combattivo. Ma da dove ha origine questa forza mentale? Forse dal desiderio di libertà, ma non è proprio certo che venga di lì. Se non riescono a distruggere il desiderio di libertà non possono stroncarti. Non mi stroncheranno perché il desiderio di libertà e la libertà del popolo irlandese sono nel mio cuore. Verrà il giorno in cui tutto il popolo irlandese avrà il desiderio di libertà. Sarà allora che vedremo sorgere la luna
“.
(Da Bobby Sands, “Un giorno della mia vita. L’inferno del carcere e la tragedia dell’Irlanda in lotta”, Feltrinelli, 2019)

Queste sono le ultime parole che fu in grado di scrivere Bobby Sands nel carcere di Long Kesh contea di Antrim, Irlanda del Nord il 17 marzo del 1981: era il suo 17esimo giorno di sciopero della fame, il metodo di lotta scelto per portare avanti la richiesta per le Five demands, ovvero le 5 richieste per il riconoscimento dello statuto di prigionieri politici ai detenuti dell’IRA.

La mattina del 5 maggio seguente però, le agenzie di stampa britanniche battevano la notizia che il cittadino Sands dell’Ulster era morto alle ore 1.17, accompagnando la notizia con la dichiarazione immediatamente rilasciata dalla prima ministra Margaret Thatcher alla Camera dei Comuni: «Bobby Sands era un criminale. Ha scelto di togliersi la vita. Una scelta che l’organizzazione alla quale apparteneva non ha concesso a molte delle sue vittime». Il 7 maggio 100.000 persone parteciparono ai suoi funerali e tutta l’isola d’Irlanda venne attraversata da disordini, con autobus e negozi bruciati: la Gran Bretagna rispose con l’invio di ulteriori 500 soldati in Irlanda del Nord, con l’impiego di 16.656 proiettili di plastica durante la repressione delle mobilitazioni e con una rigidità che portò alla morte di altri 9 prigionieri politici nell’arco di qualche mese.

Raccontare la storia di Bobby Sands significa parlare di tante cose: un momento particolarmente tragico del faticoso processo di autodeterminazione nazionale e di indipendenza dell’Irlanda dalla Gran Bretagna; una scelta di lotta fatta da parte di un uomo di neanche trent’anni che ha messo in gioco la sua stessa vita in nome di un ideale, come tante e tanti negli anni Settanta; la scrittura come strumento di reale evasione e fuga per la libertà. Proprio su quest’ultimo aspetto vi segnaliamo la bella uscita del 2020 “Bobby Sands, Scritti dal carcere. Poesie e prose“, edito da Paginauno a cura di Riccardo Michelucci e Enrico Terrinoni: un’occasione per conoscere Sands naturalmente come martire d’Irlanda e vittima del carcere ma soprattutto per scoprirne il lato più intimo ed emotivo di uomo che ha paura, soffre e anche per questo scrive.

Come ascolto vi suggeriamo un ottimo gruppo della nuova scena musicale irlandese, Lankum da Dublino.

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