Gilberto Cavallini, ex terrorista nero dei Nar, è stato condannato all’ergastolo per il supporto che fornì ai suoi colleghi Mambro, Fioravanti e Ciavardini per la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980.
Lo ha deciso la Corte d’Assise del Tribunale di Bologna, presieduta dal giudice Michele Leone, che si era riunita in camera di consiglio alle 10.00 di questa mattina.

2 agosto 1980, cos’è stato il processo a Gilberto Cavallini

Un processo lungo, durato 22 mesi, cui con ogni probabilità seguirà un secondo e terzo grado, ma che farà da sponda anche alle indagini sui mandanti che, a quasi quarant’anni di distanza dall’attentato che provocò 85 morti e 200 feriti, la procura di Bologna ha avocato a sè.
La corte, presieduta dal giudice Michele Leone, si è riunita in camera di consiglio e già in serata potrebbe arrivare una sentenza.

A tracciare ai nostri microfoni un bilancio di questa fase processuale è la giornalista Antonella Beccaria, che per noi ha seguito tutte le tappe.
“Sono state tante le fasi di tutta l’istruttoria – osserva Beccaria – Sul banco dei testimoni in questi mesi abbiamo rivisto tutti i protagonisti della stagione che precedette la strage alla stazione di Bologna, come Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini“.
I tre, condannati in via definitiva per l’attentato, non hanno mostrato alcun pentimento, ma anzi continuano con aggressività a ribadire la loro estraneità e, in alcuni casi, non hanno mostrato alcuna forma di rispetto nei confronti dei famigliari delle vittime.

Sul banco dei testimoni si sono visti anche i grandi pentiti, che hanno raccontato la vicenda dei Nar, il gruppo terroristico neofascista, in modo molto diverso dallo “spontaneismo armato” che sostenevano i loro ex colleghi per negare i contatti e le collaborazioni con servizi segreti, altre formazioni terroristiche Ordine Nuovo, la loggia massonica P2 o la banda della Magliana.
“Anche nelle dichiarazioni spontanee di questa mattina – osserva Beccaria – Cavallini ha tenuto a ribadire che lui con certi ambienti non ha mai avuto a che fare”. Al contrario, l’imputato se l’è presa con la stampa che, secondo lui, diffamerebbe il suo nome e diffondere falsità.

Gli elementi nuovi emersi durante il processo

“Si può dire che questo processo sia partito andando a rivalutare elementi che erano già nella disponibilità degli inquirenti – spiega la giornalista – C’è stata infatti una rilettura del ruolo di Cavallini, che era uno dei leader dei Nar, tanto che la formazione veniva anche chiamata ‘il gruppo Fioravanti-Cavallini’. Però nel corso del dibattimento sono venute fuori anche cose nuove, anche abbastanza di dettaglio, però danno uno squarcio ulteriore di quello che era il mondo che poteva probabilmente gravitare attorno ai Nar“.
Un esempio è la carrozzeria di Milano in cui venne ricoverata l’automobile di Cavallini durante la sua latitanza, dopo la strage alla stazione di Bologna, che apparteneva, attraverso una serie di legami di parentela, al Noto servizio o Anello, un servizio segreto non istituzionalizzato che nel secondo dopoguerra ha, da un lato, servito alcune correnti della Democrazia Cristiana, come quella di Giulio Andreotti, e, dall’altro, si è occupato degli affari più sporchi di cui nemmeno i servizi segreti deviati potevano occuparsi.

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