Domani, venerdì 16 aprile, entrerà nel vivo il processo sui mandanti della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Un processo che Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione dei famigliari delle vittime, non esita a definire epocale: «è la prima volta in Italia che si arriva a fare un processo di questo tipo – osserva ai nostri microfoni – tra l’altro portando in discussione davanti alla corte tutta una serie di carteggi che dimostra come la P2 e i vertici dei servizi segreti italiani siano coinvolti in prima persona nella vicenda».

2 agosto 1980, gli esecutori materiali accusati di falsa testimonianza

Notizia di ieri che anticipa l’avvio vero e proprio del processo è la chiusura delle indagini per falsa testimonianza a carico di sei testimoni, tra cui gli ex Nar Luigi Ciavardini, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, che hanno deposto durante il processo di primo grado a carico di Gilberto Cavallini, condannato all’ergastolo per concorso nella strage. Per Fioravanti c’è anche l’accusa di calunnia nei confronti dei magistrati Giorgio Floridia e Claudio Nunziata, che sarebbero stati falsamente accusati di favoreggiamento nei confronti suoi e di Mambro per aver cercato di indurli, nel 1982, a far ricadere la responsabilità dell’attentato su altri estremisti di destra nel frattempo deceduti, e dell’allora capitano dei Carabinieri Giampaolo Ganzer, che Fioravanti ha accusato di tentato omicidio ai suoi danni.

«Questi personaggi – commenta Bolognesi – si sono permessi di dire di tutto e il contrario di tutto nell’ambito del loro percorso giudiziario e adesso si trovano a dover fare i conti con le bugie e i depistaggi che hanno sempre tentato in tutti questi anni». Se verranno puniti per questi loro comportamenti giustizia sarà fatta, sostiene il presidente dei famigliari delle vittime, che ricorda come in modo particolare Mambro e Fioravanti godano di agevolazioni incredibili.

Oltre ai tre condannati in via definitiva per l’attentato, le indagini sono state chiuse anche nei confronti di Stefano Sparti, che secondo la Procura ha mentito a più riprese riguardo al padre Massimo – il testimone che inchiodò Mambro e Fioravanti – e su quello che fece il giorno della strage l’allora fidanzata di Ciavardini, Elena Venditti, e l’ex estremista di destra Giovanna ‘Jeanne’ Cogolli. Venditti, secondo i pm Antonella Scandellari e Antonello Gustapane, avrebbe mentito quando negò in aula che il giorno prima dell’attentato Ciavardini avesse avvertito lei, Cecilia Loreti e Marco Pizzari di posticipare dall’1 al 3 agosto un viaggio in treno da Roma a Venezia, affermando invece che la telefonata fu fatta il 2 agosto.

Il processo potrebbe fornire spunti anche per altre vicende

«Ciò che potevamo ipotizzare o sussurrare tra di noi, in questo momento ha un vaglio con dei documenti che portano a considerare una situazione sconvolgente che vede le massime cariche della sicurezza italiana implicate in questa vicenda», aggiunge Bolognesi. Il riferimento è a documenti e connessioni che stanno emergendo dal processo che disegnano un quadro ben più grande di quanto accaduto alla stazione di Bologna, con spunti ed elementi che precedono e seguono la strage, fino ad arrivare a tempi ben più recenti.
«La digitalizzazione è quella che ha fatto fare un salto di qualità alle indagini – sottolinea il presidente dei famigliari – tenendo conto che questa indagine stava per essere archiviata.

Gli imputati principali nel processo sono tre: Paolo Bellini, Piergiorgio Segatel e Domenico Catracchia. Il primo è a processo con l’accusa di essere il quinto esecutore materiale della strage. Qualora fossero accertate queste responsabilità, verrebbe a saltare la teoria dello “spontaneismo armato“, che è sempre stata la linea di difesa degli autori della strage per negare una pianificazione e un’organizzazione dell’attentato.
«Se si potesse analizzare con strumenti più sofisticati il video che ritrae Bellini a Bologna – osserva Bolognesi – molto probabilmente spunterebbero altri personaggi».

Bellini ha un curriculum criminale di tutto rispetto. Esponente di Avanguardia Nazionale, fu arrestato per l’omicidio del militante di Lotta Continua Alceste Campanile. Divenne poi collaboratore di giustizia ed ebbe protezione dallo Stato nell’ambito della trattativa Stato-Mafia di Palermo del 1992. Elementi che suggeriscono che non si stia parlando solo della strage del 2 agosto 1980, ma di elementi anche più recenti che possono emergere nell’ambito del processo.

Anche la figura di Segatel porta in questa direzione. Il carabiniere che indagava su fatti eversivi, ma «non dimentichiamo che ha fatto un’operazione di depistaggio nel 2019 – ricorda Bolognesi – Anche questo elemento fa pensare a come certi segreti vengano mantenuti tutt’oggi».
Segatel, inoltre, era a Genova quando si stava conducendo la lotta contro le Brigate Rosse e i riflettori si accendono anche sull’episodio dell’uccisione di tutto il personale delle Br in via Fracchia il 28 marzo 1980. «Questo elemento può essere utile a capire anche la vicenda del rapimento di Aldo Moro», afferma Bolognesi.

Domenico Catracchia, infine, è chiamato a processo per “false dichiarazioni al fine di ostacolare le indagini”. Catracchia era l’amministratore degli appartamenti di via Gradoli, affittati sia alle Br per il sequestro Moro sia ai Nar. «Poiché la proprietà di quegli appartamenti era di una società dei servizi segreti – conclude Bolognesi – si può ipotizzare che una sola mano guidasse sia il terrorismo di destra che quello di sinistra».

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