A quasi quarant’anni dalla strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 si è compiuto un ulteriore importante passo verso la verità.
Dopo la recente condanna per concorso a Gilberto Cavallini, sono concluse le indagini della Procura generale di Bologna nell’inchiesta bis, quella sui mandanti, che hanno portato all’individuazione di un altro esecutore materiale, Paolo Bellini, che insieme a Mambo, Fioravanti e Ciavardini avrebbe materialmente realizzato l’attentato che provocò 85 morti e 200 feriti. Ma soprattutto finiscono in documenti ufficiali anche i nomi dei mandanti, che erano stati evocati solo dai familiari delle vittime. Uno su tutti: Licio Gelli, a capo della loggia P2.

2 agosto 1980: cosa dicono le carte

A dipanare i fili dell’intricata matassa di terroristi, massoni, servizi segreti e apparati dello Stato ai nostri microfoni è la giornalista Antonella Beccaria.
“I risultati dell’indagine sono interessanti – osserva la giornalista – perché offrono un quadro che conforta il lavoro durato quasi dieci anni da parte dei famigliari delle vittime, incarnatosi poi nel 2011 con il primo memoriale depositato”.

In particolare sono quattro gli elementi su cui le risultanze delle indagini forniscono importanti informazioni. Da un lato, è stato seguito seguito il flusso di denaro che porta a stabilire collegamenti tra la P2 e gruppi terroristici neofascisti. In particolare è molto importante il dossier che fu trovato con Licio Gelli durante il suo arresto in Svizzera, chiamato “Conto Bologna”.
“Gelli sostenne che si trattava di documenti sulle sue spese legali, ma non fu una versione credibile perché il flusso si interruppe nel febbraio del 1981”, osserva Beccaria.
Nello specifico il “Conto Bologna” consisteva in 15 milioni di dollari, rendicontati in un documento che conteneva criptonimi e i cui beneficiari potevano essere apparati dello Stato e dei servizi segreti.

Un altro elemento riguarda la preparazione dell’attentato, che cominciò ad inizio 1979, ma ancor più interessante è sapere che almeno tre depistatori sono ancora in vita e che una macchina è ancora in moto per impedire che si giunga ad una corretta ricostruzione dei fatti.
“Ricordo che il reato di depistaggio fu introdotto nel 2016, per volere di Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione delle vittime che, diventato parlamentare, riuscì ad ottenere questo risutato – sottolinea Beccaria – Prima del 2016 non esisteva un reato specifico”.

L’ultimo elemento che emerge dalle conclusioni della Procura generale di Bologna è che l’attentato alla stazione del 2 agosto 1980 rientra perfettamente nella cosiddetta “Strategia della tensione”, che secondo alcuni, invece, era finita nel 1974 con la strage di piazza della Loggia a Brescia. I rapporti tra logge massoniche, neofascisti, servizi segreti e apparati dello Stato, invece, inserisce perfettamente la strage di Bologna in quella stagione.

Chi sono i nuovi nomi emersi

Tra le persone che hanno ricevuto l’avviso di fine indagine compare il nome di Paolo Bellini, che si ipotizza possa essere un “nuovo” esecutore materiale della strage insieme a Mambro, Fioravanti e Ciavardini. Alcuni testimoni lo hanno collocato a Bologna, nei pressi della stazione, proprio attorno al 2 agosto 1980.
Il curriculum eversivo di Bellini è di tutto “rispetto”. Neofascista di Avanguardia Nazionale, è stato l’unico detenuto italiano a finire incarcerato con un nome fittizio, Roberto Da Silva. Fu fermato la prima volta per un traffico di opere d’arte rubate, ma il suo nome compare anche nella trattativa Stato-mafia e in alcuni delitti di ‘ndrangheta negli anni ‘90. Bellini si autoaccusò inoltre dell’omicidio di Alceste Campanile, un giovane militante di Lotta Continua di Reggio Emilia, ucciso nel giugno del 1975.

Un altro nome che ricompare nell’indagine sui mandanti è quello del generale Quintino Spella. Nel recente processo che ha portato alla condanna di primo grado per concorso nella strage a carico di Gilberto Cavallini, il suo nome era già saltato fuori.
Nel 1980 Spella era comandante della sede padovana del Sisde. In una ricostruzione del giudice Giovanni Tamburino, colui che indagò sul progetto eversivo della “Rosa dei Venti”, emerse che nel luglio del 1980, ad un mese dalla strage, circolarono due informazioni. La prima riguardava la preparazione di un attentato ad un giudice veneto – che poi si scoprì essere il giudice Giancarlo Stiz, che per primo orientò le indagini sulla strage di Piazza Fontana verso la pista nera – mentre la seconda riguardava le voci che circolavano in ambienti carcerari e che dicevano che ai primi di agosto ci sarebbe stato un attentato di cui avrebbero parlato i giornali di tutto il mondo.
Ad inizio 2019 Spella smentì la ricostruzione di Tamburino e per questo è finito indagato per depistaggio.

Un’altra figura che emerge della recenti carte è quella di Piergiorgio Segatel. Ex carabiniere del nucleo investigativo di Genova, prima della strage contattò Mirella Robbio, moglie separanda di un elemento di spicco di Ordine Nuovo in Liguria, Mauro Meli. Segatel avrebbe chiesto a Robbio informazioni circa un attentato che era in preparazione, ma dopo la strage avrebbe ricontattato la donna dicendole: “Hai visto cos’è successo?”. Anche questa ricostruzione è stata smentita, ma senza dubbio Meli aveva già un ruolo di primo piano in Ordine Nuovo, poiché diede ospitalità a Genova ad un altro neofascista, Pierluigi Concutelli, nascostosi nella città ligure dopo l’omicidio del giudice Vittorio Occorsio nel 1976.

L’ultimo nome che viene citato nelle carte è quello di Domenico Catracchia, accusato di false informazioni al pm al fine di sviare le indagini in corso. Il suo nome è interessante perché viene evocato in affitti che riguardano sia le Br che i Nar e, nello specifico, di appartamenti in via Gradoli.
“Questa figura finisce per avvicinare, ma non sappiamo ancora se intrecciare, la storia del sequestro Moro con la strage alla stazione di Bologna”, conclude Beccaria.

Ora sarà un processo a confermare o smentire i risultati della Procura, ma l’elemento importante è che, dopo quasi quarant’anni, si affronterà in aula in tribunale anche la questione dei mandanti.

ASCOLTA LA RICOSTRUZIONE DI ANTONELLA BECCARIA: