A pochi giorni dal 40° anniversario della strage alla stazione di Bologna, esce “Dossier Bologna – 2 agosto 1980: i mandanti della strage” (Paper First edizioni), il nuovo libro di Antonella Beccaria.
“Sulla scia del precedente libro sulla strage di piazza Fontana – racconta l’autrice ai nostri microfoni – mantiene la volontà di raccontare storie legate ai grandi eventi stragisti che hanno riguardato la strategia della tensione”.

2 agosto 1980: il libro sui mandanti

Il libro di Beccaria esce non solo a pochi giorni dall’anniversario, ma a pochi mesi dall’avvio del processo sui mandanti, che rappresenta una vera novità. Proprio per questo, racconta l’autrice, “lo sforzo è stato quello di storicizzare quello che sta accadendo. In autunno ci potrà essere l’udienza preliminare dell’indagine per cui è stato chiesto il rinvio a giudizio di quattro persone”.

In particolare, si tratta dell’ex generale del Sisde, Quintino Spella, e dell’ex carabiniere, Piergiorgio Segatel, entrambi accusati di depistaggio, di Domenico Catracchia, responsabile delle società legate ai servizi segreti che affittavano gli appartamenti di via Gradoli dove, nel 1981, trovarono rifugio alcuni appartenenti ai Nar, e dell’ex esponente di Avanguardia nazionale Paolo Bellini, che avrebbe agito in concorso con Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi, tutti deceduti e ritenuti mandanti, finanziatori o organizzatori dell’attentato.

“Ho cercato di raccontare il capitolo precedente – spiega Beccaria – cioè chi sono queste persone, da dove arrivano, che cosa è successo e qual è stato il loro ruolo negli anni della strategia della tensione e in quale modo negli anni passati sono stati chiamati a rispondere della strage alla stazione”.
Il capo della loggia massonica P2, Licio Gelli, ad esempio, fu già condannato per i depistaggi alle indagini su quanto accaduto a Bologna il 2 agosto 1980.

Il titolo del libro di Beccaria – “Dossier Bologna” – del resto ricorda il “Documento Bologna” trovato addosso a Licio Gelli durante una perquisizione quando nel settembre del 1982 fu arrestato a Ginevra.
Secondo l’accusa, in quel foglietto contenente la scritta “Bologna” e codici ed altre scritte cifrate, potrebbe esserci la prova che prima e immediatamente dopo la strage Gelli stesso versò del denaro come ricompensa per l’attentato. Elementi che, se venissero provati, farebbero di Gelli e dei suoi compari non solo i finanziatori ma i mandanti stessi della strage.

La verità giudiziaria è agli sgoccioli

Se ormai c’è un luogo comune attorno alla stagione stragista d’Italia che vuole che non si possa arrivare ad una completa verità anche e soprattutto per il coinvolgimento, le coperture e le complicità di apparati dello Stato, è altrettanto vero che negli ultimi anni, anche grazie al lavoro incessante dell’associazione dei famigliari, siamo a conoscenza di molte cose su quei fatti.

“C’è però da osservare – sottolinea la giornalista – che siamo agli sgoccioli della possibilità di ottenere una verità giudiziaria, dal momento che sono passati quarant’anni dalla strage di Bologna e quasi cinquantuno da quella di piazza Fontana”. Quando i protagonisti non saranno più in vita non sarà più possibile continuare a cercare la verità giudiziaria. Diverso è per quella storica, che consente già oggi di svolgere ricerche e analisi.

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