Radio Città Fujiko

XY - La nuova drammaturgia c'è, servono spettatori

Debutta, al termine di due periodi di residenza artistica al Teatro delle Moline, lo spettacolo  XY in scena fino a domenica 12 marzo.


di Simona Sagone
Categorie: Teatro
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La prima notizia è  che ci sono nuovi drammaturghi capaci di scrivere testi che non si consumeranno in una stagione, ma che resisteranno nel tempo, pronti a parlare a diverse generazioni, la seconda è che ci sono anche attori valenti all'altezza dei buoni testi. Quello che manca, constato ogni volta che a Bologna si rappresenta nuova drammaturgia, sono spettatori pronti a rischiare che lo spettacolo sia brutto, che non valga quei 10, 12 euro investiti nel biglietto.

Sono certa che nessuno spettatore di XY vorrà indietro i soldi del biglietto, usciranno piuttosto dal teatro pieni di domande, dubbi, voglia di discutere di questioni etiche, di desiderio di paternità  e maternità,  della paura e dolore dell'essere padri e madri, dell'opportunità o meno di sacrificare i sogni per un figlio e di far naufragare un amore per l'ossessione di una bambina  per la quale scegliere il miglior nome.

XY è prima di tutto un progetto drammaturgico composto da un trittico di storie volute dall'attore Emiliano Brioschi il quale ha commissionato la scrittura dei quadri a diversi autori: Renata Ciaravino, Giuseppe Massa e Cristian Ceresoli. 

Come ha notato Ceresoli, Brioschi si è  di fatto sostituito al ruolo di un teatro pubblico commissionando un lavoro a dei drammaturghi. Del resto siamo nell'epoca in cui all'attore, per poter avere gli strumenti essenziali al proprio lavoro, non resta che darsi da fare per cercare i testi giusti per sé e poi cercare un teatro che lo ospiti, come ha fatto ERT tramite le residenze artistiche, stabilite alle Moline. 

Il titolo dello spettacolo contiene le due lettere che indicano la coppia di cromosomi che detrminano il sesso maschile del nascituro XY.

Prima di essere storie di tre uomini o di tre modi di essere o non essere padri, sono tre storie, come ha voluto sottolineare Renata Ciaravino nel corso dell' intervista che gli autori mi hanno concesso, tre storie che esplorano il tema della paternità senza esprimere un giudizio sul comportamento dei protagonisti.

Comincerò col dire qualcosa sull'ultima storia del trittico "La pratica del dolore" di Cristian Ceresoli, di sicuro quella che più susciterà dibattito tra il pubblico, la più controversa. I primi minuti di monologo hanno creato in me una grande tensione emotiva: di primo acchito sembrava un racconto antiabortista, l'ultima cosa di cui abbiamo bisogno in questo Paese dove esercitare il diritto all'aborto è diventato un percorso a ostacoli per ogni donna che decida di ricorrervi. Ci vogliono parecchi minuti per capire che non si è davanti a un processo a un medico che pratica aborti sulle sue conquiste amorose, ma che al centro c'è la storia di un serial killer, un medico che pratica aborti, con l'inganno, su donne e feti sani per la sua follia omicida, causata da un lutto che porta nel cuore. Guardando "La pratica del dolore" mi sono sovvenute le parole di Ceresoli, il quale parla del proprio lavoro come di una storia poetica che affronta temi delicati, senza giudizio morale, come la letteratura può fare. Aggiungo che lo spettatore non potrà certo immedesimarsi nell'assassino interpretato da Brioschi, ma potrà ascoltarne la storia come ne ascoltiamo tante nei numerosi serial dedicati al crime concedendogli forse l'attenuante dovuta a chi impazzisce per una grave perdita.

Di "Valentina" di Giuseppe Massa vorrei sottolineare la modalità narrativa che fa prendere parola ad Anna, compagna di Claudio, interpretata sempre da Brioschi, per far comprendere l'incubo vissuto da Claudio, nello stare accanto ad una donna che vede la propria unica ragione di vita nell'avere una figlia per la quale la suocera ha già fatto a maglia decine e decine di vestitini, prima ancora che la ragazza sia davvero in cinta. La situazione rappresentata mi ha ricordato una frase di un libro di Daniel Pennac "Il bush australiano non è abbastanza fitto per scappare da una donna che vuole un figlio da te". Claudio infatti non riesce a scappare da Anna che lo spreme come la polpa di un arancia, finchè di lui non resta che una buccia sul pavimento, senza tuttavia ottenere la figlia tanto desiderata. Nessuna donna in sala avrà cuore di protestare con lo scenografo che ha deciso di sostituire, nel finale, un manichino ad Anna perchè, ascoltata la vicenda, si comprende come quella donna abbia gettato via l'unica cosa viva e reale che aveva, la relazione con il compagno, inseguendo una figlia che non nascerà diventando essa stessa un corpo senza anima.

Ho lasciato per ultimo un commento su "Buddy Love", il monologo di Renata Ciaravino che è invece il primo del trittico, il quale riverbera la propria luce sull'angosciosa oscurità promanente dagli altri due.

Tutti abbiamo un amico come Buddy Love: un musicista, un cantante, un artista che non è riuscito ad arrivare al successo desiderato, pur continuando a sognare e a incitare gli altri a sognare. Buddy Love forse ha rinunciato alla fama e al successo per cambiare pannolini diventando il compagno che tutte le donne vorrebbero accanto: uno che non si tira indietro quando c'è da condividere il peso familiare. Forse  Buddy Love non ha affatto rinunciato alla vita da rockstar per il figlio che tanto ama, ma perchè non è stato capace di diventare una rockstar, non era adatto alla prima fila, trovandosi da sempre meglio dietro, a fare da spalla, perchè per stare davanti non basta solo un desiderio impellente, bisogna esserne capaci.

Buddy Love ha sperato che lei abortisse spontaneamente, ma quando poi è nato, è stato amore. Buddy Love, anche dopo l'arrivo del figlio, non ha detto addio alla musica. Ha trovato il suo modo per fare musica, per stare nel sogno anche nella retrovia, riuscendo addirittura a portarsi dietro il figlio mentre va a fare una serata fuori città, anzichè lasciarlo alla madre per vivere la sua parte artistica in libertà. Certo,  questo padre amorevole, sogna talora di scappare via, di mollare il figlio in autostrada e di uscire dalla retrovia per arrivare finalmente sul palco come frontman, ma è solo una fantasia, forse. 

Non sapremo mai se fosse il sogno di Buddy Love ad essere sbagliato o se lui fosse inadeguato rispetto al sogno da rockstar, quello che emerge è da un lato l'ironia, l'allegria, la genialità di questo brano e dall'altro il divertimento che Brioschi comunica nell'interpretare questo personaggio fenomenale.

Complessivamente uno spettacolo curato nel dettaglio, con una scenografia semplice, ma efficace e una qualità di scrittura e di interpretazione davvero notevoli a cui auguro di trovare fortuna presso pubblici più aperti al nuovo dell'ormai troppo tradizionalista Bologna.



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