Radio Città Fujiko»Notizie

#vialadivisa: Ferrara torna a mobilitarsi per Aldro

Sabato 15 febbraio una manifestazione a Ferrara contro il ritorno in servizio dei 4 agenti.


di Alessandro Canella
Categorie: Movimento, Giustizia
ViaLaDivisa.jpg

Sabato prossimo, 15 febbraio, a Ferrara si terrà una manifestazione per chiedere che gli agenti che hanno ucciso Federico non indossino più la divisa. La mamma di Aldro: "Non può finire tutto in una bolla di sapone". Vendemmiati: "Politica assente".

L'appuntamento è alle 14.00 in via Ippodromo a Ferrara, un luogo simbolico per la famiglia Aldrovandi. È in quella via, infatti, che il 25 settembre del 2005 Federico veniva ucciso dalle percosse di quattro agenti di polizia.
Da lì, alle 15.00, un corteo attraverserà le strade della città estense e arriverà fin sotto la Prefettura, dove la famiglia del giovane, insieme ad altri esponenti dell'associazione in memoria di Aldro, avranno un incontro per chiedere al governo una cosa molto semplice: gli assassini non devono più indossare la divisa.
L'hashtag della manifestazione è, appunto, #vialadivisa.

A più di otto anni di distanza, infatti, i 4 agenti hanno scontato sei mesi di pena (3 anni sono stati scontati dall'indulto), trascorso altri sei mesi di sospensione e probabilmente sono tornati in servizio. Notizie certe non ce ne sono, dal momento che il Ministero si è trincerato in un silenzio assoluto.
In ogni caso si tratta di un'ipotesi che la famiglia Aldrovandi e i tanti loro sostenitori ritengono vergognosa e pericolosa, dal momento che quelle persone uccisero in modo efferato un ragazzo che non stava facendo nulla.
"Non vogliamo che sfumi tutto in una bolla di sapone", ha detto ai nostri microfoni Patrizia Moretti, mamma di Federico, che ricorda come i 4 siano stati condannati per omicidio colposo perché ci fu un depistaggio che fece sparire alcune prove e dal momento che nell'ordinamento italiano non esiste il reato di tortura.

Proprio sul reato di tortura si concentra il commento di Filippo Vendemmiati, giornalista Rai e autore del documentario "È stato morto un ragazzo". "Chi non ha fatto il suo dovere è la politica - afferma Vendemmiati - Se sono state comminate pene così miti è perché non è stato introdotto il reato di tortura, previsto da un accordo di 25 anni fa e presente in molti altri Stati europei".
Il giornalista definisce cinico il ragionamento che fanno i funzionari e dirigenti del Ministero dell'Interno che, di fronte ad una condanna per omicidio colposo, la trattano come se fosse avvenuto un incidente stradale e si nascondono dietro a ciò che prevede il regolamento.


Ascolta l'intervista a Patrizia Moretti

Ascolta l'intervista a Filippo Vendemmiati

Ascolta Online


realizzato da Channelweb srl  /  progetto grafico Eddy Anselmi  /  P. IVA 00954970372

Questo sito web impiega cookie tecnici e di profilazione, proseguendo nella navigazione si acconsente al loro utilizzo close[ informazioni ]