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Un nuovo agitatore

Gianmarco De Pieri del Tpo è stato raggiunto da un divieto di dimora.


di Alessandro Canella
Categorie: Movimento
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Per aver tentato di impedire lo sgombero di Villa Adelante, Gianmarco De Pieri del Tpo è stato raggiunto da un divieto di dimora. In poche ore ha dovuto lasciare la città, nonostante un'attività commerciale e un figlio piccolo. Un provvedimento senza alcuna efficacia.

Anche Gianmarco De Pieri, figura storica del Tpo, si è preso un divieto di dimora. Non è il primo attivista bolognese ad essere raggiunto da un provvedimento del genere e, vista l'aria che tira, probabilmente non sarà nemmeno l'ultimo.
La sua colpa è quella di aver cercato di impedire che venisse sgomberata Villa Adelante, una palazzina dove trovavano un tetto pensionati, rifugiati e altre persone senza casa. Ricordiamo tutti quanto accadde solo poche settimane fa, quando il nuovo Questore volle mostrare il suo biglietto da visita facendo bloccare i viali in un'ora di punta e tenendo sotto assedio per ore persone che occupavano un immobile lasciato alla polvere e alle ragnatele. Ricordiamo tutti il cappio che un ragazzo africano si mise al collo in segno di disperazione.
Quell'episodio fu anche oggetto di un'interrogazione parlamentare, proprio perché l'operazione di sgombero seguì procedure alquanto insolite.

In poche ore Gianmarco è stato costretto a lasciare la città, un figlio di pochi mesi e l'attività commerciale che aveva. “Doveva metterlo in conto, doveva considerare che ha famiglia e rinunciare a fare casino”, diranno i benpensanti che affollano la città.
Io invece mi chiedo cosa considerano i solerti applicatori della legge, siano essi questori, procuratori o pubblici ministeri. Mi chiedo se davvero ritengono che i provvedimenti che emettono abbiano la benché minima efficacia. Mi chiedo cos'hanno pensato quando hanno deciso di usare uno strumento che, sebbene oggi abbia il nome più edulcorato di “divieto di dimora”, gira che ti rigira in sostanza equivale al confino. Lo hanno fatto attenendosi alle procedure secondo la routine, perché “la legge non va discussa, va applicata”, o hanno considerato che fosse un provvedimento valido per risolvere il problema? E, nell'insperato secondo caso, davvero hanno pensato che il problema sia chi cerca di evitare uno sgombero e non l'emergenza abitativa?

Sicuramente i magistrati sapevano che Gianmarco ha un figlio. Non si chiede loro di applicare le leggi con tanta discrezionalità, ma è legittimo chiedersi se, da esseri umani, abbiano pensato a come crescerà quel bimbo. Non me lo chiedo per retorico pietismo di “un bimbo che dovrà crescere senza padre”, perché probabilmente, il tempo di riprendersi dalla sorpresa, vivranno altrove e insieme.
Mi chiedo piuttosto se davvero pensano che farà breccia in quel bimbo la retorica legalitaria ed ipocrita di questa stagione o prevarrà il senso dell'ingiustizia subita dal padre, allontanato perché “colpevole” di aver difeso chi non ha un tetto.
Come gli spiegheranno che, per un'altra battaglia condotta da Gianmarco, quella per la chiusura del lager per migranti, il Cie (che oggi un pm bolognese vorrebbe riaprire), la storia gli ha dato ragione, anche se ci sono voluti più di dieci anni? Molte delle stesse forze politiche che biasimavano le azioni determinate e forti degli antirazzisti di un tempo, molti anni dopo si sono arruolati nel movimento per la chiusura della struttura di via Mattei.
Quel bimbo ben presto capirà che “legale” e “giusto” sono due concetti che spesso non coincidono e i solerti applicatori della legge di oggi vedranno sconfitte le loro azioni repressive. E per la strada avranno un nuovo agitatore.

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