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Turchia in rivolta

I manifestanti non si arrendono alla violenza delle forze di sicurezza.


di redazione
Categorie: Movimento
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Da Piazza Taxim di Istanbul fino ad Antakya, città al confine con la Siria: continuano ormai da una settimana le proteste del popolo turco che non arretra di un passo. La violenza sistematica usata dalle forze di sicurezza non riesce ad estinguere quel fuoco di resistenza che invade ormai le strade di tutto il paese e che pochi giorni fa era solo una scintilla di dissenso al Gezi Park.

“Non fate quello che vi pare”. Soltanto una settimana fa, questo era il messaggio che poche decine di attivisti lanciavano al governo sia cittadino che nazionale, dal Gezi Park, piccolo parco cittadino a due passi dalla piazza simbolo di Istanbul. Si contestava il piano di costruzione di un nuovo centro commerciale proprio al posto del parco; uno dei tanti casi di svendita dei beni comuni senza possibilità di appello popolare: un classico, che potrebbe quasi passare inosservato ormai. A quei pochi però non è sfuggito nulla. Nella settimana di inizio lavori erano lì spontaneamente a proteggere quei pochi alberi che restano nelle megalopoli, con i loro corpi, con le tende, le assemblee e tutto il resto. Probabilmente nessuno di loro immaginava tutto quello che poi sarebbe successo e che continua a succedere.

Difficile analizzare, sintetizzare, quando in pochissimi giorni si passa da un sit-in pacifico dai numeri contenuti, ad una rivolta che a questo punto potremmo definire nazionale. Fuoco, barricate, bombe gas, plotoni, volti coperti, sangue. Sono piombati nelle nostre vite ancora una volta da una terra non troppo lontana. E tutto ha preso inizio proprio a Piazza Taxim, in quella frontiera tra occidente e oriente dove ancora tutto è possibile. E' possibile innanzitutto dire di no. Gesto semplice e antico, che è tornato a risvegliare gli animi di una città enorme, e poi di una nazione intera. Se qualcuno dice pacificamente no, allora lo Stato lo zittisce, lo picchia, lo caccia a manganellate e gas lacrimogeni? Forse è questa la domanda che devono essersi posti i cittadini di Istanbul dopo il primo sgombero dei pochi manifestanti al Gezi Park. Il giorno dopo erano il quarduplo. Altro attacco violentissimo da parte delle forze di sicurezza durante la notte. Il giorno dopo era Venerdì 31 Maggio 2013. Una folla oceanica inizia la rivolta e la resistenza più o meno organizzata a quest'uso folle della violenza di stato, e di capitale aggiungerei.

“Sono passati quattro, cinque o sei giorni, ma sembra un anno di vita. Il momento in sui si fa la storia, o per lo meno si finisce su wikipedia, il tempo svanisce, cambia totalmente”. Queste sono le prime parole di una corrispondente, studentessa italiana ad Istanbul, che abbiamo voluto ascoltare per avere la preziosa testimonianza diretta di chi, in questi giorni, sta vivendo le strade della Turchia che brucia. “E' una guerra civile, un gioco di conquista di spazio, le incredibili barricate, i terribili gas lacrimogeni, l'autorganizzazione, la solidarietà tra i manifestanti...”. Le immagini sono troppe, restie a lasciarsi guardare già come un sintetico film. Per ora abbiamo solo i frammenti di cinque giorni di scontro, di partecipazione incredibile e di repressione altrettanto fuori dai limiti.

Ad oggi questo è il bilancio. Il Primo Ministro Erdogan invita a continuare le operazioni repressive e accusa il Partito repubblicano popolare (Chp), il principale partito di opposizione turco, di stare dietro alla rivolta. La Confederazione dei sindacati del settore pubblico (Kesk) ha indetto lo sciopero generale per oggi e domani. Molte università bloccano il regolare svolgimento delle attività, alcuni sindaci si oppongono alle operazioni di polizia, la rivolta si sta diffondendo anche a Cipro e in moltissime città turche. L'alto Commissariato Onu chiede l'indagine sui metodi repressivi delle forze dell'ordine, lo stesso fa Amnesty International, che pubblica il primo bilancio: 2500 feriti, altrettanti arrestati, cinque vittime. Nulla di assolutamente certo, ovvio. Intanto Anonymous ha già attaccato i siti del governo e si propagano le manifestazioni di supporto in tutto il mondo. In un post sulla pagina facebook di OccupyIstanbul si legge: “There is nothing more important than what you are doing today. With love, and tears, and huge respect”, Roger Waters. Uno per tutti.

Ma c'è qualcosa che possiamo dire, qualcosa che potrebbe aggiungersi e forse migliorare l'affrettarsi di analisi complessive che si moltiplicano in queste ore. Lasciamocelo dire da Virginia, la testimone che abita a Cihangir, dietro Taxim. “Ho letto e sentito spesso dire che la rivolta è nata a causa di questa linea islamizzante che sta prendendo il partito. Non è vero! Per esempio i kemalisti, Chp, sembrano essere un po saltati sul carro all'ultimo, ma è sbagliato dire così perché tutti hanno fatto parte del movimento, tutti quanti. E nessuno ha portato bandiere per strada, nessuno ha dato colore alla manifestazione. Si è partiti con la questione del parco, poi si è passati alla contestazione di uno stile di vita a cui non vogliono partecipare, per poi arrivare ad un espressione antigovernativa. I musulmani anticapitalisti (la proprietà è di Allah, fuori il capitale) sono accanto al movimento transgender. Gezi Park racchiude un po' tutto.”

Gli alberi resistono. I lavori di costruzione del centro commerciale sono fermi. Ma forse qualcosa di più grande è in movimento.

Luca Ferrero




Ascolta le parole di Virginia Pietromarchi da Istambul

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