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Trump: quanto può far male all'ambiente?

Cop22: i danni che un Presidente che non crede nel cambiamento climatico potrebbe fare.


di redazione
Categorie: Ambiente
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La vittoria di Trump ha gelato i lavori della Cop22, lanciando profondi interrogativi sul destino delle politiche ambientali mondiali. Il neo presidente Usa ha infatti dichiarato più volte di non credere nel cambiamento climatico e di voler ritrattare l'accordo di Parigi. Il racconto dalla conferenza di Marrakech della giornalista Lou Del Bello.

“Il concetto di riscaldamento globale è stato creato dai cinesi e per i cinesi al fine di rendere la produzione statunitense non competitiva”. Questo è solo uno dei molti tweet che ha dedicato al riscaldamento globale, definito da lui stesso “una bufala costosa”.
Non stupisce quindi l'effetto che la vittoria del candidato repubblicano ha avuto su Cop22, la conferenza mondiale sul clima, cui spetta il compito di rendere operativo l'accordo siglato a Parigi poco meno di un anno fa. “La vittoria di Trump è stata uno shock - racconta ai nostri microfoni Lou Del Bello, giornalista freelance che sta seguendo la Cop22 a Marrakech - ha vinto un candidato scettico del cambiamento climatico, che ha affermato che se fosse diventato presidente avrebbe revocato l'accordo di Parigi e avrebbe tagliato tutto il budget per l'aiuto climatico internazionale. Tutte le istituzioni e le personalità in gioco affermano che questo è un momento preoccupante”.

È difficile capire quanto la vittoria di Trump influirà sulle politiche ambientali americane e di tutto il mondo, ma la sua dichiarata intenzione di ridiscutere i termini dell'accordo di Parigi non è certo un buon punto di partenza.
Il timore di un cambiamento di rotta degli Stati Uniti nelle politiche ambientali è supportato dai precedenti. Non sarebbe infatti la prima volta che il risultato di un'elezione negli Stati Uniti compromette l'esito di una conferenza sul clima. Nel 2000, uno dei primi atti del neopresidente Bush fu proprio quello di ritirare dal protocollo di Kyoto la firma degli Usa.

Per Trump non sarà così facile – chiarisce Del Bello - La data minima a cui potrebbe aspirare, se volesse rimuoversi dall'accordo di Parigi, è il 2018. Effettivamente c'è una clausola che permette di uscire dall'accordo, ma è stato scritto con una terminologia tecnica tale da rendere abbastanza difficile a livello legale abbandonare il progetto da un giorno all'altro. All’interno di questo panorama rassicurante c'è il problema che Trump può fare molte cose a livello domestico per rallentare la risposta climatica”.

Oltre ad essere uno dei maggiori contribuenti economici alle politiche di sviluppo ambientale, l'America è uno dei principali responsabili delle emissioni e dell’inquinamento. Le ripercussioni delle politiche ambientali quindi, potrebbero non limitarsi all'accordo di Parigi e ai finanziamenti diretti ai Paesi in via di sviluppo.
Il rischio, spiega Del Bello, è che altri Stati possano seguire un eventuale cattivo esempio del neo Presidente degli stati uniti.

“La Cina – chiarisce la giornalista - per ragioni non tanto etiche quanto economiche, si sta spostando verso le energie pulite. Esportano moltissima tecnologia in Paesi come l'Europa, che hanno degli standard molto rigorosi per quanto riguarda l'inquinamento. Quindi è nel loro interesse sviluppare il mercato delle rinnovabili, e non seguiranno sicuramente il cattivo esempio degli Stati Uniti ma anzi potrebbero essere uno dei principali oppositori ad una politica anti-clima dell'America. Per quanto riguarda l'Africa, la situazione è più fluida, dipende da paese in paese. Ci sono paesi che si sono già congratulato con Trump, e non sarebbe così irragionevole assumere che alcuni di questi potrebbero prendere esempio su alcune politiche. Ma speriamo che sia al momento troppo presto per preoccuparsi”.

Anna Uras


Ascolta l'intervista a Lou del Bello

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