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“Too Early, Too Late”: il Medio Oriente e la modernità

Gli artisti del medio oriente e il nostro modo di osservarli nella mostra ospitata dalla Pinacoteca di Bologna


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In qualche modo, la nostra, come la cultura mediorientale, sono mai state moderne? E’ questa la domanda più intrigante che emerge dal viaggio proposto dalla mostra “Too early, Too Late. Middle East and Modernity”, la più grande retrospettiva sull’arte mediorientale mai realizzata in Italia, ospitata dalla Pinacoteca di Bologna (fino 12 aprile). 

Contrariamente al titolo che cita “troppo tardi troppo presto”, questa mostra sembra essere arrivata nel momento giusto (l’inaugurazione è stata il 23 gennaio). “All’indomani degli eventi di Parigi” commenta il curatore Marco Scotini “che hanno creato una forte emozione e forme di esorcismo, come sono tipiche, è fondamentale capire la realtà dell’incontro, le modalità di rapporto, capire che in qualche modo molta parte della cultura attuale di quella realtà l’abbiamo prodotta anche noi occidentali in due secoli. Non possiamo continuare a pensare che ciò che sta di là sia indigeno, autoctono e che non ci appartenga, è ormai parte dello stesso spazio, anche perché quello spazio l’abbiamo nel bene e nel male fortemente colonizzato culturalmente”.

Tema assolutamente ricorrente della mostra è anche quello del viaggio, quanto mai attuale data l'importanza della questione migrazione. “Soprattuto figure femminili - Mona Hatoum, Lida Abdul, Emily Jacir - artiste libanesi, palestinesi, afgane, hanno raccontato una dimensione diasporica, del viaggio, del come e dove trovare una casa” continua Scotini “tutto il Medio Oriente è stato un coacervo di situazioni complesse, e in qualche modo anche l’aspetto moderno di quelle realtà nasce proprio da un contatto di espropriazione tra Israele e Palestina. Credo che questa dimensione di una ricerca di un luogo sia veramente una condizione costitutiva. Non c’è tanto la volontà di parlare di qualcosa che non ci appartiene, ma di questo aspetto di realtà diasporica come un grande insegnamento anche per noi”.

Il punto di vista da cui parte la mostra, occidentale, è quasi tanto importante quanto quello che andiamo a vedere. Una parte fondamentale del percorso è infatti costruito sui punti occidentali attorno ai quali si è costituita la nostra scoperta dell’oriente: la Descrizione dell’Egitto , il Corriere della Sera che nel ’78 incarica Michel Foucault di andare a Tehran per raccontare in diretta la rivoluzione iraniana, Gabriele Basilico che nel ’91 viene invitato da una grande intellettuale libanese a fotografare Beirut dopo 15 anni di guerra civile, poi ancora Pasolini con i sopralluoghi in Palestina. “Volevo fortemente calcare la mano su questo punto topografico, e cioè conoscere bene il luogo dal quale questo oggetto è guardato. L’oggetto può essere più o meno messo a fuoco, ma una cosa di cui siamo certi è proprio il luogo da cui guardiamo”. E in questo caso è Bologna che nel 1312, con il Concilio di Vienna decreta, assieme ad altre 4 città dell’occidente, di inserire una cattedra di arabo nell’Università. Dopo le crociate l’occidente rientra in un rapporto molto forte con il mondo arabo, con l’ingresso di Napoleone in Egitto. “Ho cercato di raccontare questo aspetto, cercavo i volumi della Description de l'Égypte dell’inizio dell’800 e incredibilmente li ho trovati ancora una volta a Bologna”. 

I due mondi sono perfettamente integrati. Da un lato, al piano di sotto si trovano tappeti della tradizione afgana, turkmena, opere molto contemporanee che ci rimandano ad altri mondi. Di sopra invece Hany Rashed, un’artista del Cairo, ha ricostruito una sorta di piazza Tahrir costellando una sala con degli affreschi di piccole sagome in legno, camionette della polizia e altri elementi della protesta di piazza. Ma se ci spostiamo di poco all’interno di questo spazio incontriamo le predelle o le tavole di legno del ‘300 e ci accorgiamo che la differenza non è molta nel modo di raccontare. “Quello che ci piaceva era risottolineare questa sorta di neo Medioevo, o protrazione di una modalità di approccio culturale che ancora si trova dentro questi contesti”.

Dall’accostamento di queste due porzioni di mondo, l’occidentale che guarda e il medio oriente osservato, emerge una narrazione che di fatto riguarda più la nostra cultura, la nostra tradizione e la nostra idea di modernità. “Sicuramente per l’oriente la modernità è vissuta come qualcosa di traumatico, che accade all’indomani dell’arrivo di Napoleone Bonaparte. Dopo di lui arrivano gli eserciti, gli intellettuali e poi arriva un’idea di democrazia, di repubblica che loro non hanno. Nella mostra c’è una sezione dedicata alla Turchia, una porta di ingresso per l’occidente in oriente. Quando Ataturk decreta la Repubblica Turca importa un modello occidentale, ed è costretto ad importare anche degli scultori, ad esempio Pietro Canonica da Torino, per farsi fare il suo busto a cavallo. Nella Turchia ottomana non c’erano infatti scultori che avessero familiarità con la ritrattistica. Quindi non solo si importa una rappresentanza politica, ma anche una modalità della rappresentazione stessa”. Ciò è ben rappresentato dall’opera dell’artista Vahpp Avsar che quando ci mostra la cartolina con il monumento ad Ataturk chiarisce l’idea di un certo tipo di rapporto con la modernità. 

Michel Foucault, inviato per il Corriere della Sera in Iran da dove scriveva della rivoluzione del ’79, è un’altra lente attraverso cui osserviamo il Medio Oriente. “Da un lato - si chiede il filosofo nel secondo articolo del suo Taccuino persiano  - c’è una modernità dei Pahlavi dello Scià, quella della macchine da cucire che si incontrano nei bazar o nei suk, le cui decorazioni sono dei tralci d’edera che ricopiano le miniature persiane; dall’altro c’è quella portata dall’Ayatollah Khomeini, che sposa un’idea molto moderna, occidentale, della rivolta, che si chiama rivoluzione, e che però è coniugata con uno strano elemento, che si chiama religione. Dall’altro lato arrivo qui io, portatore di un’altra idea di modernità, ma nel momento stesso in cui sono qui, alla fine degli anni ’70, sono anche l’esponente di un mondo che vede finire la sua idea di modernità”.

Quella che doveva essere una forma di emancipazione si è risolta in un’altra cosa, che questi artisti criticano fortemente: un’idea di modernità come occidentalizzazione. “In qualche modo non siamo mai stati moderni, mettendoci tutti dentro” conclude Scotini. 


Ascolta l'intervista a Marco Scotini, curatore della mostra Too Early Too Late

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