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Taxi vs Uber: il capitalismo selvaggio sdogana la destra sociale

Le ragioni delle feroci proteste dei taxisti di questi giorni e dell'infiltrazione della destra.


di Alessandro Canella
Categorie: Lavoro
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Saluti romani alla protesta dei taxisti sotto la sede del Pd a Roma

Le manifestazioni dei taxisti hanno rivelato, soprattutto a Roma, una forte infiltrazione dell'estrema destra. L'opposizione ad Uber e altri servizi analoghi non riguarda solo una logica corporativa. L'economia digitale che viene cavalcata anche dalla politica presenta forti violazioni delle regole sull'imprenditoria e sulla libera concorrenza. L'unica sponda che i taxisti trovano è nella destra estrema e nel populismo.

Saluti fascisti, bombe carta, tirapugni, insulti, pestaggi e feriti. La protesta dei taxisti contro le misure del governo che favoriscono Uber e Ncc a Roma si è rivelata essere fortemente inflitrata dall'estrema destra. Due dei quattro arrestati si sono rivelati essere esponenti di Forza Nuova.
Per capire perché questo sia successo e quale sia la reale questione, forse è opportuno uscire dagli schemi mentali e dalle espressioni retoriche della politica, che vorrebbero i taxisti malati di corporativismo, e capire quali meccanismi economici e sociali abbiano innescato la miccia di una protesta così radicale.

È cosa nota che la professione di taxista sia contingentata. I tentativi di liberalizzazione operati in passato hanno registrato resistenze analoghe a quelle che si manifestano oggi. Ne sa qualcosa Pierluigi Bersani, che da ministro provò a liberalizzare il settore, inimicandoselo completamente.
Alla base di questa chiusura ci sono soprattutto gli alti costi delle licenze, che vanno dalle decine alle centinaia di migliaia di euro. Un investimento che potrebbe essere recuperato a fine carriera, quando il taxista vende la propria licenza, ma il valore di questa scenderebbe di molto se sul mercato viene aumentata la concorrenza. Sia attraverso l'immissione di nuove licenze, sia - ancor peggio - attraverso analoghi servizi di trasporto che addirittura non prevedono licenze.

L'arrivo di Uber, l'azienda che attraverso una app e senza rischio di impresa offre a tutti gli effetti un servizio taxi, ha fatto salire enormemente la tensione.
Infilandosi nella scia della sharing economy, l'economia della condivisione, la multinazionale (perché di questo si tratta) ha raccolto la disponibilità delle persone di mettere a disposizione la propria automobile, il proprio tempo e il proprio lavoro (specie in tempi di disoccupazione alle stelle), ricavandone un business senza il bisogno di fare investimenti e quindi assumersi un rischio, come succede invece a qualunque realtà imprenditoriale.

Come ha spiegato la giornalista esperta del tema Gea Scancarello, intervenuta sulle nostre frequenze, Uber non è catalogabile nella sharing economy, perché i meccanismi che la guidano e la contraddistinguono non sono affatto, nonostante la maschera, quelli della condivisione. La società regola e impone il prezzo da praticare per il servizio. Esso, cioè, non è alla base della contrattazione tra l'autista e il passeggero. Non solo: qualora la domanda aumenti, Uber impone un sovrapprezzo, come nella migliore tradizione speculatoria capitalistica. I detrattori della app la annoverano tra la shock economy, la forma di capitalismo selvaggio che si arricchisce sulle macerie economiche e sociali.

La retorica modernista del digitale, cavalcata dalla politica, ha però prestato il fianco a società e meccanismi di questo tipo. Ecco quindi che i taxisti sono diventati una casta retrò che difendeva i propri privilegi e voleva impedire al futuro di arrivare.
Se davvero la categoria dei taxisti fosse contaminata dal germe del corporativismo, una buona politica avrebbe potuto disinnescarlo e far scoprire le carte con estrema facilità. Basterebbe un provvedimento che, ad esempio attraverso sgravi fiscali, facesse recuperare in breve tempo ai taxisti il costo della licenza. Rimborsati i taxisti, il mercato sarebbe stato pronto per essere liberalizzato.

Il neoliberismo che controlla la politica, tanto di destra moderata che di sedicente sinistra o centrosinistra, però, è votato al business privato e, alla prova dei fatti, mal digerisce una corretta concorrenza, specie se questa è resa possibile solo da esborsi pubblici che sanino le diseguaglianze.
Ecco quindi che un'intera categoria che si è vista depredare i propri investimenti dalla concorrenza sleale di Uber e altri servizi analoghi, ha guardato nell'unica direzione dove ha trovato ascolto e appoggio: la destra sociale.

Il meccanismo, in realtà, è analogo a quello che porta l'avanzata del populismo o del para-fascismo in molti contesti europei e mondiali, dalla crescita pericolosa di Marine Le Pen in Francia alla vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti, dalla xenofobia di Victor Orban in Ungheria allo spauracchio di Alternative für Deutschland in Germania.
L'ostinazione delle politiche chic (senza radical) in favore del capitale e in barba a tutte le istanze sociali, portate avanti anche dalle socialdemocrazie, continueranno a produrre fenomeni di questo tipo e le infiltrazioni dell'estrema destra nelle classi lavoratrici sarà sempre più preoccupante.


Ascolta l'intervista a Gea Scancarello

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