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Spending review o lotta all'evasione?

Tetti agli stipendi dei manager e spending review. Demagogia o equità?


di Alessandro Canella
Categorie: Politica, Economia
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Davvero la ricetta di tagli alla pubblica amministrazione può aiutare a ridurre il debito? Il tetto agli stipendi d'oro dei manager è una misura equa o demagogica, considerando anche che ci sono milioni di salari e pensioni da fame? Lo abbiamo chiesto all'economista Vladimiro Giacchè.

Anzitutto un po' di dati. L'Istat rivela che più di 4 pensionati su 10 (il 42,6%) percepisce una pensione inferiore ai 1000 euro al mese. Sono 7 milioni i pensionati in questo stato. In compenso ce ne sono 11mila che ricevono una pensione d'oro, pari o superiore ai 10mila euro al mese.
Non va meglio ai lavoratori, il cui potere d'acquisto si è logorato nel tempo a causa di diversi fattori, quali l'inflazione, il mancato rinnovo dei contratti, l'aumento delle imposte e delle utenze domestiche, la precarietà e le sempre più frequenti forme di vero e proprio sfruttamento attraverso paghe orarie vergognose.

A stridere forse ancor di più per questa seconda categoria, però, è il rapporto fra gli stipendi di impiegati e operai e quello dei manager. Nelle aziende pubbliche il dato risulta ancora più eclatante che nel privato, dal momento che i soldi che finiscono nelle tasche dei dirigenti provengono dalle tasse dei cittadini, spesso gli stessi che lottano per sopravvivere.
Il rapporto è spesso di 1 a 30, ma a volte raggiunge picchi maggiori. In altre parole, un lavoratore, in media, deve lavorare 30 anni per percepire quanto il suo manager percepisce in un anno.

Il tetto agli stipendi dei manager annunciato dal governo Renzi, dunque, rappresenta una misura che va nella direzione dell'equità o della demagogia? Quali sarà il risultato? È una misura che può avere un qualche peso nel bilancio dello Stato, alle prese con i vincoli imposti dall'Ue?
Domande che abbiamo rivolto all'economista Vladimiro Giacchè, presidente del Centro Europa Ricerche.
"È vero - osserva Giacchè - che nel settore pubblico ci sono posizioni pagate in maniera esagerata rispetto all'effettivo apporto della persona, però è anche vero che, se decidiamo di mettere un tetto per legge a determinate retribuzioni, corriamo il rischio, presente in un'economia di mercato, che i più bravi fuggano dal settore pubblico e si rifugino in quello privato".

Gli stipendi dell'ad di Ferrovie dello Stato Mauro Moretti, al centro delle polemiche nei giorni scorsi, e di altri manager pubblici, per l'economista, sono sicuramente insultanti, ma rispetto a quanto accade nel sistema bancario, ad esempio, sono abbastanza nella norma. "Probabilmente è sbagliata la norma", sottolinea Giacché.

L'economista, però, ci tiene ad allargare il discorso al tema degli sprechi nella pubblica amministrazione, al centro di misure di spending review che spesso si sono tradotte in tagli.
"La vera demagogia fatta in maniera leggera - sostiene il presidente del Centro Europa Ricerche - è quella secondo cui si può ancora risparmiare sulla spesa pubblica. Ognuno di noi ha in mente almeno un caso in cui una cosa non funziona bene e ci sono degli sprechi, ma la verità è che a volte si spende male e che si spende troppo poco in alcuni settori, come ad esempio la scuola".
Un utilizzo più razionale delle risorse, secondo Giacché, non porterebbe grandi risparmi. "Siamo stati ubriacati da tante campagne sulla casta, anche giuste, ma dovremmo dirigerci altrove per recuperare risorse".

In particolare l'economista insiste sul tema dell'evasione fiscale, che in Italia è pari a 120 miliardi di euro all'anno. "È l'evasione che comporta una sempre più iniqua distribuzione della ricchezza. Un vero discorso di equità sociale e riqualificazione della spesa pubblica passa attraverso alla lotta seria all'evasione fiscale".
Secondo Giacchè, infine, se noi avessimo recuperato, negli ultimi vent'anni, l'evasione che c'era, oggi non avremmo il debito pubblico che abbiamo.


Ascolta l'intervista a Vladimiro Giacché
Tags: Economia

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