Radio Città Fujiko»Notizie

"Slurp", Marco Travaglio mette in ridicolo i giornalisti leccaculo

Il direttore del Fatto Quotidiano, ospite ai nostri microfoni, ci parla del suo ultimo libro.


di Andrea Perolino
Categorie: Politica
travaglio_berlusconi-jpeg-crop_display.jpg

Giornalisti cani da guardia o da riporto? L'atavico asservimento del mondo dell'informazione italiana ai potenti di turno finisce sotto la lente d'ingrandimento di Marco Travaglio, che nel suo ultimo libro propone una impietosa carrellata delle migliori "lingue" del nostro giornalismo. Il direttore del Fatto Quotidiano è intervenuto ai microfoni di Radio Città Fujiko per parlarci di "Slurp".

È fatto risaputo che il potere porti con sé la servitù. Tuttavia, quando quest'ultima coincide con l'informazione, il corto circuito può essere molto pericoloso. Ne va, di fatto, dell'idea stessa di democrazia. In un paese, l'Italia, che nel 2014 si è attestato al 73esimo posto nella classifica mondiale della libertà di stampa, il cronico asservimento ai potenti di diversi esponenti della categoria non fa che rendere ancora più precario lo stato di salute del giornalismo italiano. Per non piangere, se ne potrebbe ridere: e l'occasione ci è fornita dall'ultimo libro (e spettacolo teatrale) di Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano. Il suo "Slurp", edito da Chiarelettere, è un "Dizionario delle lingue italiane", un catalogo di "Lecchini, cortigiani e penne alla bava al servizio dei potenti che ci hanno rovinati”.
 
Travaglio stesso, intervenendo ai nostri microfoni, spiega come lo scopo del suo libro sia "quello di far ridere di un'informazione vergognosa, cosicché la gente cominci a ribellarsi. Se imparassimo a trovare ridicole le cose che leggiamo sui giornali - e che per il solo fatto di essere stampate o proclamate in televisione ci sembrano estremamente serie - probabilmente avremmo già risolto il problema, perché nessuno spenderebbe un euro o pagherebbe il canone per leggere o sentire leccate di culo. E magari la gente inizierebbe a pretendere da chi fa informazione di dare il servizio per cui i giornalisti sono pagati, che non è certamente quello di usare la lingua per leccare il culo ai potenti".
 
Un catalogo ragionato della "Zerbinocrazia italiota", un dizionario dei "Signorini Grandi Lingue" al servizio di tutti i padroni: della politica certamente, ma anche dell’economia, della Chiesa e di tutti gli altri campi, dal calcio allo spettacolo. Un esercito di adulatori pronti a incensare una classe dirigente che, stando alle pagine dei giornali, avrebbe dovuto portare benessere e prosperità. "Capita di sbagliarsi, o di fidarsi delle persone sbagliate - prosegue Travaglio - Io non trovo niente di strano, ad esempio, se qualcuno considerò un bravo manager Marchionne quando prese la Fiat in condizioni drammatiche. Adesso però è considerato una specie di divinità. Ecco, io mi occupo di chi trasforma esseri umani in divinità, non solo nascondendo eventuali magagne, ma addirittura presentandoceli come i novelli Napoleone o Giustiniano".
 
Un'opinione pubblica già ampiamente anestetizzata dal ventennio berlusconiano, con il suo carico di reti televisive e gruppi editoriali, si trova oggi totalmente appiattita dal modello delle larghe intese, che ha visto - e vede - tra i suoi protagonisti Giorgio Napolitano, Mario Monti, Enrico Letta e da ultimo Matteo Renzi. "Slurp" è un excursus tra le pagine di giornalismo che senza alcuna vergogna hanno caratterizzato la Seconda Repubblica. Anche se, come ci spiega Travaglio, le cose sono un po' cambiate: "Prima il leccaculismo si notava di meno, perché c'era quella parodia di pluralismo che vedeva i giornali di sinistra attaccare governi di destra e viceversa. Naturalmente non era pluralismo, era giornalismo embedded che combatteva battaglie per i partiti retrostanti. Da quando ci sono le larghe intese, dichiarate o occulte - continua Travaglio - non c'è invece più nessuno che critica il governo, salvo rarissime eccezioni. C'è un coro unanime di voci bianche che inneggiano al nuovo potere: questo è molto pericoloso - oltre che inedito, neanche Berlusconi era tanto lodato - perché quando i governi si rendono conto di non avere un contropotere nell'informazione si sentono in diritto di fare tutto quello che vogliono".
 
Leccatori e leccati sono in effetti uniti da un rapporto stretto, traggono linfa l'uno dall'altro: se da un lato il politico, o grosso imprenditore, ha interesse che giornali e tv gli dedichino spazio e attenzione, dall'altro sono gli stessi organi di stampa, nella quasi totalità dei casi in mano a editori impuri, a voler trarre vantaggio dall'amorevole servizio al potente di turno. Del resto, come fa notare il direttore del Fatto, i leccaculo fanno molto più in fretta a cambiare terga che non idea, secondo il vento che tira. "C'è un fattore antropologico, lo storico servilismo delle classi intellettuali italiane nei confronti di tutti quelli che comandano, in politica come in economia - afferma Travaglio - I giornali sono quasi tutti in mano ad affaristi, banchieri, costruttori, confindustriali, oppure in mano ai partiti o a uomini legati ai partiti. Ci sono poi ragioni molto contingenti: se le grandi imprese e le grandi banche, che vanno tutte male, sono padrone dei giornali, è ovvio che queste imprese si possono salvare solo se il governo le aiuta, e perché ciò avvenga bisogna parlare bene del governo, di qualsiasi governo".
 
Se una politica e una classe dirigente incapace e in parte corrotta hanno provocato danni incalcolabili al nostro paese, lo hanno potuto fare grazie alla complicità di un'informazione asservita ai potenti. "Una stampa libera, indipendente e critica, aiuta anche i governi a migliorare e fare meno errori, e a raccontare meno bugie - sottolinea Travaglio - Oggi è facile prendere a calci Berlusconi, lo fanno tutti, difficile era criticarlo quando era potentissimo. E lo stesso vale per Monti. Sembra che in Italia giornali e ceti intellettuali non riescano a far altro che passare dal servo encomio quando uno è potente al codardo oltraggio quando non conta più niente", conclude il giornalista. Dai cani Dudù e Spread alla sobrietà del governo tecnico, dai moniti di Napolitano alle camicie del premier, una volta sfumata la risata resta da chiedersi come si sia arrivati a questo punto, e quanta parte di colpa abbiamo noi come lettori. Grande assente, infatti, è la notizia, e lo spirito critico che dovrebbe guidare un'informazione libera e plurale.


Ascolta l'intervista a Marco Travaglio

Ascolta Online


realizzato da Channelweb srl  /  progetto grafico Eddy Anselmi  /  P. IVA 00954970372

Questo sito web impiega cookie tecnici e di profilazione, proseguendo nella navigazione si acconsente al loro utilizzo close[ informazioni ]