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Sieropositivi discriminati in ambiente sociosanitario

La ricerca effettuata da Arcigay su persone affette da hiv ed operatori sociosanitari.


di redazione
Categorie: Glbtq, Sanità
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Arcigay rivela che due sieropositivi su tre si sentono discriminati in ambiente sociosanitario. Maglia nera a dentista e pronto soccorso. Un operatore su quattro non sarebbe contrario al potersi rifiutare di operare con pazienti affetti da hiv. Prati: "A volte il pregiudizio è fonte di mancata formazione".

Due persone sieropositive su tre denunciano di sentirsi discriminate in ambiente sociosanitario, proprio a causa della loro condizione sierologica. Lo rivela un doppio studio, intitolato "Pratiche positive", realizzato da Arcigay su un campione di 500 persone sieropositive e 800 operatori sociosanitari in otto regioni italiane.
Non solo: un operatore sociosanitario su quattro afferma di non essere contrario all'istituzione della facoltà di rifiuto di servizio di fronte a pazienti sieropositivi.

Due terzi del primo campione, le persone sieropositive, riferisce di essersi sentito trattato diversamente o ingiustamente a caso del proprio stato sierologico. Di conseguenza lo svelamento dello stato sierologico  è altamente selettivo: il timore del giudizio e della discriminazione scoraggia a dirlo nel 60% dei casi perfino ai propri familiari. Tra i contesti in cui emergono maggiori discriminazioni si segnalano gli studi dentistici e il pronto soccorso. Una persona su tre non rivela il proprio stato sierologico al dentista e sono numerosi i racconti di servizi negati una volta noto la stato sierologico.

Il campione degli operatori sociosanitari è composto da medici, infermieri, ma anche assistenti sociali, psicologi, Oss. L'80% di loro ha avuto esperienza lavorative con persone sieropositive, il 20% ci lavora quotidianamente. Guardando le cifre, in generale gli operatori non manifestano forti atteggiamenti negativi nei confronti delle persone sieropositive, anche se tali atteggiamenti (incoerenti con le nozioni basilari sulla trasmissione del virus dell'HIV) sopravvivono tenacemente in una minoranza tutt'altro che trascurabile (10-15%).

Perfino occupare il posto accanto a una persona HIV+ su un mezzo pubblico può essere problematico (più del 10% degli intervistati manifesta questo tipo di disagio oppure non esclude di provarlo). O ancora: l'8% sostiene che le "persone sieropositive valgono meno degli altri". Il 22% è convinto che le persone HIV+ abbiano commesso un errore per contrarre il virus: uno su cinque crede che quella persona sia meno "degna". Il 9% degli intervistati, inoltre, "preferirebbe non diventare amico di una persona sieropositiva", oltre il 12% manifesta disagio rispetto all'eventualità che una persona sieropositiva viva vicino alla sua abitazione.

La grande maggioranza (oltre il 70% del campione) non si mostra in disaccordo rispetto all'eventualità di introduzione di  pratiche di discriminazione istituzionale: otto persone su dieci ad esempio non sono contrarie all'imposizione dell'obbligo di dichiarazione del proprio stato sierologico al personale sociosanitario, a prescindere dal tipo di intervento richiesto. Un operatore su quattro non sarebbe contrario all'istituzione della facoltà di rifiuto di servizio di fronte a pazienti HIV+. Uno su cinque ha avuto modo di inviare un paziente ad altro collega perché sieropositivo, uno su dieci ha trasmesso informazioni sullo stato sierologico del paziente senza autorizzazione.

"La fotografia scattata è desolante - osserva Gabriele Prati, coordinatore della ricerca -  nulla sembra essere cambiato rispetto agli anni Novanta. C'è un forte bisogno di formazione: le nozioni tecniche e scientifiche ci sono, ma le credenze e lo stigma pesano di più". Per monitorare le pratiche discriminatorie in ambito sociosanitario il progetto "Pratiche positive"  ha diffuso un questionario di self report  che aiuta a riconoscere - e di conseguenza a enunciare - gli atteggiamenti negativi.


Ascolta l'intervista a Gabriele Prati
Tags: GLBT, Sanità, Aids, Salute

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