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Siae appoggia la "musica sovranista": una questione di soldi

I proventi per i diritti d'autore dietro il sostegno chiesto da Mogol.


di Alessandro Canella
Categorie: Musica
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La Siae e il suo presidente Mogol scrivono agli iscritti chiedendo di sostenere la proposta di legge leghista su una quota fissa di musica italiana nelle radio. Una proposta superata dalla realtà e dalla tecnologia secondo il giornalista musicale Alberto Mattioli e il discografico Oderso Rubini. "È solo una questione economica per ricavare proventi dalla trasmissione".

Chi sperava che la questione fosse chiusa con l'esaurirsi dell'eco del Festival di Sanremo rimarrà deluso. La quota fissa e obbligatoria di musica italiana che i palinsesti radiofonici dovrebbero trasmettere, secondo una proposta legislativa leghista, torna prepotentemente a fare capolino nel dibattito pubblico.
A rinfocolare il tema è la Siae (Società Italiana Autori ed Editori) che, attraverso una lettera del suo presidente Mogol agli iscritti, chiede di sostenere la causa.

L'idea, come si sa, è venuta ad Alessandro Morelli, attuale deputato della Lega ed ex direttore di Radio Padania. Dopo aver a lungo e invano lottato per la secessione della Padania dall'Italia, Morelli si è adeguato alla nuova linea sovranista impartita dal leader Matteo Salvini e l'ha interpretata nel campo musicale.
La proposta di legge del deputato, infatti, prevede che almeno un terzo della programmazione musicale delle emittenti radiofoniche debba essere italiana, con un ulteriore 10% dedicato a gruppi emergenti.

"È una cosa ridicola", commentano all'unisono il discografico Oderso Rubini e il giornalista musicale Alberto Mattioli ai nostri microfoni. Per entrambi, in sostanza, il provvedimento è antistorico e non riuscirebbe a ottenere ciò che si propone.
"È già stato dimostrato che la percentuale di musica italiana che oggi viene trasmessa per radio supera già il 33% voluto dalla Lega - osserva Mattioli - Inoltre, oggi l'ascolto musicale è frammentato: le persone cercano cosa ascoltare, vanno su Spotify e su internet".

Per il giornalista c'è però la terza ragione per dirsi contrari alla proposta: "È curioso che a cercare di imitare la Francia, che introdusse una legge analoga nel 1994, sia il governo più francofobo della storia dai tempi di Mussolini". Se si volesse tutelare davvero l'identità culturale, secondo Mattioli occorrerebbe pensare a museri, archivi e biblioteche che cadono a pezzi, oppure pensare alla drammatica situazione dei teatri d'opera.

ASCOLTA L'INTERVISTA AD ALBERTO MATTIOLI:


solo una questione economica - rimarca Rubini - qui la qualità artistica non viene presa minimamente in considerazione. Se una canzone ha qualcosa da dire, in realtà, un modo per emergere lo trova e non è di certo imponendo alle radio di trasmetterla che si indurrà l'ascoltatore a sostenerla".
La scelta di Siae, per il discografico, nasconde un semplice interesse economico: la speranza è quella di ricavare utili dai proventi del diritto d'autore derivanti dalla trasmissione.

ASCOLTA L'INTERVISTA AD ODERSO RUBINI:


Una bocciatura secca, dunque, da parte di chi il mercato musicale lo conosce perché lo pratica o lo racconta.
Paradossalmente, quindi, la vicenda trova una sintesi proprio da uno degli elementi che l'ha innescata: la vittoria del trapper italiano (si mettano il cuore in pace i razzisti: è così) Mahmood a Sanremo. Il ritornello della sua canzone, in effetti, recita proprio: "Pensavi solo ai soldi, soldi, xome se avessi avuto soldi, soldi...".

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