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Riforma codice della strada: qualcosa di buono, qualcosa di male, tutto vecchio

Nella riforma proposta dal governo non c'è niente di nuovo, ma di certo "manca una visione d'insieme"


di Anna Uras
Categorie: Movimento, Politica
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Che ci sia bisogno di una riforma del codice della strada, per la presidente di salvaiciclisti Bologna Simona Larghetti, è indubbio. Ma che quell'accozzaglia di norme che si sta discutendo in commissione Trasporti possa essere positiva non è così certo, e anzi molte delle proposte sono anacronistiche e inutili o dannose alla sicurezza.

Il codice della strada, in Italia, risale al 1993. Da allora, di tentate riforme portate più o meno avanti, se ne sono susseguite tante, nessuna delle quali portate a termine. Mentre resta da vedere se quella che in questi giorni si sta discutendo in Commissione Trasporti giungerà a un lieto fine, o quanto meno a una conclusione, alcune delle norme che contiene hanno già iniziato a suscitare un dibattito, in particolare quelle relative all'utilizzo delle biciclette. Da una parte vi è la proposta di introdurre in Italia quella che è già una realtà nella maggior parte dei paesi europei, ovvero il senso unico eccetto bici. Questa norma, da molti ribattezzata "andare in contromano in bicicletta" in realtà consiste nel fatto che nei luoghi in cui il limite di velocità non supera i 30 km/h le bici potranno andare in senso opposto a quello di marcia per le auto. "Stiamo parlando del doppio senso ciclabile - spiega Simona Larghetti - che poi ai giornali piace molto chiamare contromano perché così tutti si indignano. Capite che già qui abbiamo proprio un problema di mentalità, perchè il contromano è quando si va contro il senso di marcia, se si decide che il senso di marcia è per entrambi i sensi per chi va in bici perché la bici con ogni evidenza non ha le stesse dimensioni di una macchina, se questa cosa noi la chiamiamo contromano vuol dire che nella nostra testa c'è qualcosa che non funziona e siamo convinti che in qualche modo tutto quello che concerne il mondo della bicicletta debba per forza essere, per citare il nostro sindaco, materia da ciclisti selvaggi".

Se il doppio senso di marcia sarebbe un positivo adeguamento ai tempi, una delle altre norme proposte sarebbe un sostanziale passo indietro. Tra le proposte, infatti, vi è l'obbligatorietà del casco per i ciclisti, una norma sperimentata un po' in tutto il mondo che si è rivelata sostanzialmente fallimentare nel suo scopo, ovvero l'incremento della sicurezza, ma che si è invece rivelata fortemente negativa in termini di utilizzo della bici.  "Poi nei piani urbani della mobilità sostenibile, nelle conferenze, quando c'è stato il G7 dell'ambiente l'anno scorso a Bologna andiamo a raccontarci che viviamo l'emergenza del cambiamento climatico, che dobbiamo ridurre i consumi, che dobbiamo ridurre le emissioni e che quindi la biciletta è il mezzo del futuro -sottolinea Larghetti - dobbiamo fare un po' pace con queste diverse visioni". Ma soprattutto, sul fronte della sicurezza, l'obbligatorietà del casco non ha mai dato risultati consistenti. "Il che non vuol dire che il casco non sia utile, tra utilità e obbligatorietà ci sono delle vie di mezzo. Il casco è un dispositivo molto utile quando si sostengo forti velocità per esempio per il ciclismo sportivo, in contesto urbano non è rilevante, e anche questo lo dicono gli studi. Altrimenti dovremmo fare indossare il casco anche ai pedoni perché è dimostrato che la metà dei traumi cranici che si presentano al pronto soccorso sono di persone che sono cadute mentre erano a piedi. Quindi anche per loro sarebbe utile il casco ma non possiamo costringere tutti ad indossare un dispositivo di questo tipo. Ma immaginate solo il bike sharing. Il bike sharing fallirebbe se il casco fosse obbligatorio".

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