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Quote cosa?

Un commento sulla bocciatura dell'emendamento sulle quote rosa.


di redazione
Categorie: Politica, Donne
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Il M5S e una larga parte del Pd hanno affossato l'emendamento che introduceva la parità di genere nella legge elettorale. L'analisi di Mattia Zucchini.

Tralasciando le ovvietà - ovvero che le misure pro-positive nella nostra società patriarcale e clericale non sono solo una necessità per supplire ai ritardi socioculturali e favorirne il superamento, ma anche una doverosa espressione del principio costituzionale di uguaglianza sostanziale - dato che ormai politici e rappresentanti dei cittadini si sono malamente e confusamente espressi, non resta che procedere ad un'analisi del voto.

Sui due fenomeni meno significativi non v’è nulla da aggiungere: quanto è stata apprezzabile (e fortunatamente non troppo sorprendente) la trasversale solidarietà di genere delle deputate, tanto è stata scontata (e ovviamente non troppo sorprendente) la mancanza di solidarietà tra i generi dei deputati del centro destra che hanno votato contro  gli emendamenti che cercavano di introdurre le quote rosa nelle liste elettorali.

Sui due fenomeni più significativi c’è invece tanto da ragionare: da un lato la ribellione di genere dei deputati del Pd, vigliaccamente nascosta e favorita dal ricorso al voto segreto; dall’altro la presa di posizione contraria del M5S, palesemente espressa e giustificata da un'accusa di ipocrisia agli emendamenti in votazione.

Sul piano del metodo occorre interrogarsi sull’approccio dei due partiti: meglio la libertà di coscienza celata dal voto segreto lasciata dal Pd o lo schierarsi compattamente dei Cinque Stelle in modo palese? Per una volta nessuno ha dato lezioni di stile e correttezza politica: se il tema risultava appropriato per una decisione affidata alla determinazione individuale dei singoli senza disciplina di partito, questa libertà doveva essere esercitata pubblicamente, con una chiara presa di posizione e dichiarazione di voto che ben avrebbe potuto superare l’ostacolo della segretezza richiesta ed ottenuta da alcuni deputati mediante una votazione che palesasse le intenzioni dei singoli.

Nel merito alcune riflessioni: dietro al voto contrario che sicuramente (numeri alla mano) hanno espresso i deputati del Pd si cela solo un becero tentativo di difendere uno status di genere ed i relativi diritti e posizioni acquisiti nel corso della Prima e della Seconda Repubblica, oppure vi sono strategie politiche più ciniche ed articolate, legate alla mera dinamica della legge elettorale (dare un segnale sull’inammissibilità di qualsiasi emendamento? rispettare un patto già segretamente siglato con Berlusconi?), alla quale le correnti del partito potrebbero aver deciso valesse la pena sacrificare i principi programmatici e la linea ufficiale sulle quote rosa?

Ai più maliziosi questo dubbio potrebbe ricordare qualcosa. Per esempio l’impallinamento di Prodi nel voto per il Quirinale (forse richiesto ed imposto da accordi già assunti con Berlusconi).
Dietro (e davanti e attorno) al voto contrario dei Cinque Stelle può ritrovarsi qualcosa di diverso ed ulteriore rispetto all’ovvia constatazione dell’ipocrisia dell’intervento normativo sulle quote rosa?

Non può certo negarsi che una società moderna ed aperta, nella quale ogni gruppo di genere, etnico, religioso, ecc. può esprimersi liberamente e non trova ostacoli precostituiti, l’introduzione di misure di tutela e di promozione non ha alcun senso. Tuttavia, la nostra società non è neanche minimamente vicina a questo ideale scandinavo di civiltà, dunque quelle misure servono proprio per permettere quell’evoluzione che, avvicinandoci o addirittura favorendo il raggiungimento di quel modello, le renderà superflue e priscindibili.

E allora il dubbio è che dietro (davanti ed attorno) al voto contrario dei Cinque Stelle si possa celare un’altrettanto cinica decisione presa a tavolino dai proprietari del movimento (in questo caso parlare di linea di partito pare francamente eccessivo) per dare un segnale alla pancia di quegli italiani che potrebbero, pur nel loro moto di indignazione antipolitico, non essere sufficientemente ideologizzati per comprendere e condividere questo tipo di intervento normativo.

Anche in questo caso i più maliziosi potrebbero ricordare la presa di posizione di Grillo sulla Bossi-Fini, altro esempio di come il leader del movimento stia disperatamente cercando di distinguersi dalla sinistra per non perdere il consenso trasversale ottenuto e mantenere l’ambiguità politica sino ad oggi ben coltivata.

Tra i due approcci risulta difficile scegliere quale sia il peggiore. Certamente il risultato finale li accomuna e mostra ancora una volta all’opinione pubblica l’immagine di un Parlamento che legifera per altri ma mai per sé, introducendo normative sacrosante per la parità di genere o, quanto meno, per la promozione della parità di genere nei consigli di amministrazione e nelle amministrazioni locali e per l’abbattimento delle discriminazioni, ma che è incapace di far propri quegli stessi principi, quasi che fosse una zona franca non soggetta né sottomettibile al controllo della legge.

Mattia Zucchini
testamentoideologico.wordpress.com

Tags: Politica, Donne

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