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Povertà e disuguaglianze, il sociale sacrificato in nome di meritocrazia e propaganda

I dati fotografano un paese sempre più fragile e povero, in cui le disuguaglianze sono accettate e promosse dalla politica.


di Andrea Perolino
Categorie: Politica, Società, Economia
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Sabato 17 ottobre, in occasione della "Giornata mondiale contro la povertà", la rete di organizzazioni della campagna "Miseria Ladra" si è mobilitata in tutto il paese per rimettere al centro il diritto all’uguaglianza e alla dignità sancito dalla Costituzione. Ma contrasto alla povertà e riaffermazione dei diritti si scontrano con un discorso politico che segue una strada completamente diversa.

Sabato scorso, 17 ottobre, in occasione della “Giornata Mondiale contro la povertà”, in tanti luoghi d'Italia è andata in scena una mobilitazione contro le diseguaglianze sociali e la miseria, per rimettere al centro il diritto all’uguaglianza e alla dignità sancito dall’articolo 3 della nostra Costituzione. A promuovere la manifestazione è stata una rete nazionale di associazioni, tra cui Libera e Gruppo Abele, che aderiscono alla campagna "Miseria ladra". Nel nostro paese la povertà assoluta negli ultimi sette anni è quasi triplicata, arrivando a colpire 4,5 milioni di cittadini. La povertà relativa è raddoppiata, trascinando in basso quasi 9 milioni di persone. Oltre un milione sono i minori in povertà assoluta, mentre l’11% della popolazione è in condizione di grave deprivazione materiale ed un quarto è a rischio povertà. Tutti dati che assumono proporzioni ben maggiori se si considera solo il Mezzogiorno.

Oggigiorno la povertà non riguarda più soltanto le categorie storicamente più deboli, gli ultimi, gli emarginati, ma anche chi un lavoro ce l'ha, come dimostrano gli oltre 4 milioni di lavoratori poveri del nostro paese. Mentre prima della crisi povertà era sinonimo di disoccupazione, oggi "anche laddove in famiglia una persona lavora il reddito non è più sufficiente - spiega Leopoldo Grosso, vicepresidente del Gruppo Abele - Non solo è aumentata la disoccupazione, ma tra gli occupati sono aumentati anche i lavoratori poveri".

Di fronte a questo quadro sono due le misure che la campagna Miseria Ladra propone da tempo e ha rilanciato in occasione della Giornata mondiale contro la povertà: "Chiediamo innanzitutto di dare luogo a una misura universalistica di reddito di dignità, una misura di contrasto alla povertà - spiega Grosso - integrativa del reddito per chi non ha lavoro e per chi pur avendolo non riesce a garantire una vita dignitosa per la sua famiglia. Solo l'Italia e la Grecia in Europa non hanno una misura di questo tipo, gli interventi assistenziali nel nostro paese sono estremamente frammentati, producono molta disuguaglianza, non sono equi, e presentano forti sperequità territoriali". La seconda misura consiste nel rifinanziamento del fondo per le politiche sociale e per la non autosufficienza ai livelli del 2007: "Dal 2008 la spesa sociale in Italia si è dimezzata, quindi di fronte a una crisi che ha impoverito la popolazione non abbiamo aumentato la spesa sociale per cercare una forma di contrasto, ma l'abbiamo diminuita. Nel 2015 siamo alla metà della spesa sociale che era stanziata prima della crisi", fa sapere Grosso.

In questo contesto, la Legge di stabilità varata la scorsa settimana dal consiglio dei ministri prevede uno stanziamento di seicento milioni nel 2016 - cifra destinata a salire nel 2017 e 2018 ad un miliardo annuo - e una legge delega dedicata al contrasto alla povertà. Misure che, afferma il vicepresidente del Gruppo Abele, "riteniamo insufficienti, perché obbediscono a una logica di spacchettamento e non c'è una misura universale. Un governo di centrosinistra dovrebbe porsi questo problema per cercare di diminuire le disuguaglianze - sottolinea Grosso - In questi anni di crisi la forbice della disuguaglianza è aumentata. Le misure che vengono prese sono tutte subordinate ad altre scelte di politica economica che non investono né sui servizi sociali, e nemmeno sulla salute, che sta subendo ulteriori tagli".

Il tema della povertà e della disuguaglianza è stato al centro di un dibattito nell'ambito dell'ultimo Festival di Internazionale a Ferrara. Una riflessione a cui hanno preso parte la sociologa Chiara Saraceno, l'economista Maurizio Franzini, e la scrittrice Michela Murgia, e che è ruotata attorno a due domande: perché c’è disuguaglianza, e perché non ce ne occupiamo? E poi, se anche la disuguaglianza fosse strutturale alla prosperità economica, dovremmo per questo ritenerla accettabile? "Il tema delle disuguaglianze ingiuste e inaccettabili in Italia non viene minimamente affrontato, anzi anche a sinistra sembra che le disuguaglianze siano buone e produttive di sviluppo, frutto di meritocrazia - ha osservato Chiara Saraceno - Dentro a questa assenza di attenzione viene trascurato il problema della povertà. Povertà che non dipende solo dalla mancanza di lavoro. La domanda di lavoro non è sufficiente, una grossa parte del lavoro che c'è è poco pagato, e in terzo luogo anche quando c'è un lavoro con un reddito modesto, all'interno di una famiglia non è sufficiente".

La sociologa, autrice di "Il lavoro non basta. La povertà in Europa negli anni della crisi", si è soffermata sul fatto che nel discorso pubblico si parli pochissimo di come ridurre le disuguaglianze, e a fronte di una retorica tutta incentrata sull'aumento dell'occupazione, "non si sta facendo nulla per chi un lavoro non riesce a trovarlo", o - pur avendolo - non gli garantisce un reddito sufficiente: "Serve un reddito minimo di garanzia - osserva Saraceno - Si dice che costa troppo, ma misure come gli 80 euro o la defiscalizzazione per i contratti a tempo indeterminato, per non parlare dell'abolizione della tassa sulla prima casa, sono costate tantissimo. È un problema di scelte politiche, i poveri non sono considerati".

Negli anni della crisi, si è detto, le disuguaglianze sono aumentate. Frutto di politiche di austerità che hanno colpito i ceti che già si trovavano in maggiore difficoltà, mentre i grandi patrimoni non sono stati toccati e i ricchi si sono arricchiti ancora di più. Per capire come siamo arrivati a questo punto occorre allargare lo sguardo, e concentrarsi sul sistema economico e politico in cui siamo immersi. Il contributo di Michela Murgia, scrittrice, parte proprio da qui, dall'idea che "l'unico sistema economico in cui sia possibile vivere e che non si possa mettere in discussione è quello del capitalismo, che genera i suoi margini e quindi i suoi emarginati". La scrittrice evidenzia come la narrazione politica distorca la realtà attraverso una serie di semplificazioni: "c'è un'enfasi eccessiva sul merito e sull'eccellenza, che premia soltanto pochi, e collega alla presenza di un fantomatico x-factor - che poi sappiamo bene che in Italia non si traduce quasi mai in capacita personale ma in una serie di relazioni - non soltanto il reddito ma spesso anche i diritti. Stiamo andando verso una società dove non solo se eccelli sei pagato di più, ma se non eccelli ti spetta una fetta sempre minore di supporto sociale e di servizi - osserva Murgia - Dietro il discorso della meritocrazia c'è la difesa della disuguaglianza sociale a oltranza, che sia un politico a fare questo discorso francamente mi spaventa". Un sistema meritocratico di questo tipo, insomma, non è sostenibile: "Si può parlare di meritocrazia solamente quando tutti abbiamo la stessa possibilità di accedere alla capacità di eccellere. Questo non è vero in Italia".


Ascolta l'intervista a Leopoldo Grosso

Ascolta l'intervista a Chiara Saraceno

Ascolta l'intervista a Michela Murgia

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