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Percorsi Vs Eventi: gli errori del movimento per Sconnessioni

Spunti di riflessione dopo quanto accaduto a margine del Mayday.


di Alessandro Canella
Categorie: Movimento
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Anche Sconnessioni Precarie dà una lettura del riot di Milano, puntanto sull'autocritica del movimento, che vuole tenere insieme realtà con prospettive molto diverse e rischia di concentrarsi troppo sugli eventi e poco sui percorsi.

"Il primo maggio lascia dietro di sé l’immagine plastica di un movimento che, nonostante sia riuscito a mobilitare 30.000 persone per la Mayday, si scopre politicamente impotente". È questo uno dei concetti chiave con cui il collettivo (S)Connessioni Precarie esprime un giudizio su quanto accaduto a Milano, attraverso l'editoriale "Questioni di prospettiva. Un giudizio politico su Expo, Mayday e dintorni ".
Il perché di questa tesi è presto spiegato: "la logica dell’evento si è imposta su quella del processo, della costruzione, dell’accumulazione e della condivisione di forza".

Ai nostri microfoni Floriano, attivista del collettivo, spiega il concetto: "Da tempo nel movimento si parla di questa divisione tra processo e movimento, sottolineando che si debba dare la priorità al primo e non al secondo". Tuttavia, tutte le volte che si presentano occasioni come la contestazione all'Expo, l'evento prende il sopravvento. La conseguenza è che, più che il discorso che si oppone a quello della controparte, si creano situazioni che dietro non hanno alcun peso politico. "Se il riot esiste solo nel giorno in cui avviene, a cosa serve il riot?", si chiede (S)Connessioni Precarie.

"Il punto - spiega Floriano - è che la discussione si concentra solo sul riot sì, riot no, hanno fatto bene, hanno fatto male, qualcuno che si scopre moderato, altri rivendicano di essere più conflittuali e la riflessione sui media e sul fatto che, se non fosse successo nulla, la manifestazione non avrebbe lasciato un segno". Discorsi che, per l'attivista, non rappresentano il vero nocciolo della questione, ma rappresentano piuttosto una maschera per coprire la mancanza di una presa di posizione politica. "Se si fanno gli scontri per far parlare di sè - osserva - finiti gli scontri non si parla più di tutto quello che c'era dietro, ovvero del processo di costruzione politica di quell'evento".

Ultimamente, secondo (S)Connessioni Precarie, nel movimento c'è il tentativo di tenere insieme tutta una serie di istanze, non dando priorità ad un discorso piuttosto che ad un altro. In questo modo, cioè senza riconoscere le differenze di prospettive tra una realtà ed un altra, si rischia di avere un grande calderone e di annullare tutto il discorso dietro ad un processo politico.

"Venerdì in piazza - osserva l'attivista - c'erano due posizioni abbastanza nette: chi pensa che ci sia una rabbia, che può essere legittima, ma che va espressa in maniera individuale, che può di per sé portare a cambiare le cose, e chi pensa che per cambiare le cose occorra la costruzione di un percorso".
Due prospettive piuttosto diverse che richiedono, ad un certo punto, di prendere una direzione. "Parafrasando Sanguineti - spiega Floriano - c'è chi pensa che la libertà finisca quando comincia quella dell'altro e chi pensa che cominci quando comincia quella dell'altro. Noi pensiamo che occorra costruire un processo la cui costruizione sia collettiva e non individuale".

Ma concretamente, nelle manifestazioni, come ci si può organizzare per evitare che una modalità prevalga sull'altra o ne azzeri il discorso che ci sta dietro? Alla domanda l'attivista risponde ribaltando il ragionamento: "Siamo in grado di costruire una manifestazione in cui non ci sia bisogno di porsi questo problema? Il punto è che quando il processo è avviato e funziona, questo problema viene meno. La manifestazione diventa di chi ha costruito quel processo e difficilmente punti di vista diversi possono entrarci".


Ascolta l'intervista a Floriano

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