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Licenziate, poi incarcerate per aver distribuito mimosa e volantini che inneggiavano alla pace e al lavoro. È la storia di quattro donne, che l’8 marzo 1955 furono arrestate e detenute per un mese nella galera di San Giovanni in Monte, ora sede universitaria. Un documentario firmato da Andrea Bacci ed Eloisa Betti ne ricostruisce la storia, ma ha bisogno del sostegno di tutte e tutti per essere ultimato.

Oggi ha subìto la mercificazione commerciale ed è diventata una ghiotta occasione per i fiorai per aumentare le vendite, ma la mimosa, il fiore giallo a grappolo che tinge le nostre città in occasione dell’8 marzo, nella storia è stato considerato un simbolo sovversivo, al punto che la sua distribuzione poteva costare la galera.
Lo testimonia la storia di quattro donne bolognesi, che l’8 marzo 1955 furono arrestate e rinchiuse nel carcere di San Giovanni in Monte per un mese, proprio per aver distribuito il fiore associato alle lotte di emancipazione femminile, insieme a volantini che inneggiavano alla pace e al lavoro.

Erano gli anni del secondo dopoguerra, il boom economico non era ancora cominciato e la giovanissima repubblica faceva ancora i conti con mille contraddizioni. Una di queste si esplicitava nel codice penale, nel quale erano ancora presenti molte leggi repressive di stampo fascista, utilizzate anche dal nuovo governo democristiano in modo strumentale contro le amministrazioni socialiste e contro pulsioni sociali e politiche che attraversavano il Paese.
Il padronato faceva ancora sentire forte la sua voce, con licenziamenti “politici” ai danni di operai e donne. Quattro nostre concittadine avevano appena subìto un licenziamento e, in occasione della Festa della Donna, stavano distribuendo mimose e volantini, quando vennero arrestate e imprigionate per un periodo di tempo – un mese – sproporzionato anche per quello che veniva ancora considerato reato.

Questa storia è stata riportata alla luce dall’Udi, in particolare dalla presidente bolognese Katia Graziosi, figlia di una delle quattro donne. Attraverso un percorso di ricostruzione storica, coordinato da Eloisa Betti affiancata dal regista Andrea Bacci, ne è nata la sceneggiatura di un documentario.
Paura non abbiamo” è il titolo dell’opera, il cui trailer verrà presentato domattina in anteprima a Palazzo D’Accursio. Il nome del documentario cita un verso della celebre canzone femminista “Sebben che siamo donne” e simboleggia il coraggio femminile nelle lotte emancipatorie degli anni ’50.

Le riprese sono già state ultimate, ma affinché il documentario veda la luce occorrono risorse economiche per la post-produzione. Per ovviare al problema, partirà a breve una campagna di crowdfunding che consenta il completamento dell’opera. Per ora c’è una pagina Facebook su cui trovare informazioni e restare aggiornati sulle modalità con le quali è possibile sostenere il lavoro.