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Parigi, l'Isis e la lotta di Marco

Una piccola storia vera dopo la strage di Parigi.


di Alessandro Canella
Categorie: Società
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Dopo la carneficina di Parigi e gli incitamenti all'odio razziale, c'è chi – nella quasi totale solitudine – si oppone nel quotidiano alle pericolose derive del senso comune.

Sabato 14 novembre 2015. Marco (il nome è di fantasia) lavora in un paese della provincia di Bologna. Fa il primo turno, quello che lo fa alzare presto, prima dell'alba. Sono le sei meno qualche minuto, fuori c'è una grande nebbia, ma gli sguardi assonnati di lavoratrici e lavoratori questa volta hanno lasciato il posto alla preoccupazione. A Parigi i terroristi sono tornati a colpire. Si parla già di 120 morti, qualcosa di molto più serio - se davvero serve quantificare in questi casi - di quanto accaduto con Charlie Hebdo.

Una collega di Marco rompe il silenzio e lo fa nel modo peggiore possibile.
“Bisogna ucciderli tutti”.
“Tutti chi?”, obietta Marco.
“Tutti quei musulmani”.
Il ragazzo, 30 anni, non demorde.
“Anche la donna delle pulizie che lavora qui e si alza alle 5 come te è musulmana. Bisogna uccidere anche lei?”.
La collega è presa alla sprovvista, ma il razzismo, si sa, non accetta smacchi e quando l'ignoranza è ostentata, per uscirne occorre spararla ancora più grossa.
“Sono convinta che se glielo chiedessero anche lei si farebbe saltare in aria”.
Questa volta Marco si limita ad uno sguardo, nella speranza che la collega lo colga e provi un po' di vergogna.

Quello che il ragazzo ha fatto, obiettare di fronte a tanto cinico razzismo, ad affermazioni stupide e prive di fondamento, potrà sembrare normale. Eppure è un gesto molto coraggioso, specie nell'Italia del 2015. Il copione, ai giorni nostri, prevederebbe un coro che rincara la dose di xenofobia. Oppure un silenzio imbarazzato.
Marco ha fatto bene, perché almeno l'incitamento all'odio razziale, che trova il suo apice al sicuro dietro gli schermi di Facebook o in dinamiche da branco tra colleghi, anche in una città che si considera progressista, questa volta ha avuto un contraddittorio.

Del resto, quando invece si manifesta la pietas, lo fa in modo ipocrita e peloso. Tutti turbati per le stragi in un Paese che confina col nostro, completamente disinteressati per le migliaia di vite spezzate a qualche centinaia di chilometri più in là. Ormai, in questo modello sociale, l'umanità è a senso unico, geografica e ideologizzata. Ci indigniamo se e quando ci sentiamo minacciati, se il pericolo è vicino. Non ce ne frega nulla dei morti, né di Parigi né di Beirut. Non ce ne frega nulla che siano musulmane la maggioranza delle vittime dell'Isis, non ce ne frega nulla che i profughi, che tanto odiamo, in buona parte fuggano proprio dai fascisti del Califfato.
Ci frega solo che non ci sia alcunché che mette a rischio la nostra incolumità, la nostra libertà di poter scegliere fra due marche diverse di detersivo.

Marco ha fatto bene, ma purtroppo è una mosca bianca. Se ci fossero più persone come lui, se chi non accetta la guerra fra poveri, lo scontro di civiltà, l'intolleranza, iniziasse a prendere parola, forse – e dico forse – Salvini o Marine Le Pen non sarebbero spaventosamente in cima ai sondaggi.
Magari scopriremmo uno strumento rivoluzionario, capace di disinnescare qualunque guerra: la solidarietà. E allora ad avere paura sarebbe chi pratica il terrore.

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