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Andrea Baranes, economista e anima di “Non con i miei soldi – per un’educazione critica alla finanza” commenta ai nostri microfoni lo scandalo Panama Papers. Perché un caso così eclatante non ha fin qui sollevato grandi proteste, salvo rare eccezioni? Conosciamo poco i meccanismi della finanza e viviamo in una cultura che plaude ai furbi.

Il progetto “Non con i miei soldi – per un’educazione critica alla finanza” ha messo in fila alcuni dati che, accostati, fanno ancora più impressione. Nel mondo sono 193 i Paesi membri dell’Onu, mentre sono 204, 11 in più, i Paesi da cui provengono i clienti dei paradisi fiscali.
Le società coinvolte sono 215mila, ben 65mila in più di quelle rappresentate da Confindustria in Italia, tanto per avere un metro di paragone. E se ad essere coinvolte sono anche 500 banche e migliaia di operatori finanziari, il dato che però sconcerta di più è rappresentato dai 150 capi di Stato e politici coinvolti.

“Il punto – osserva l’economista Andrea Baranes – è che Panama è solo una delle decine di giurisdizioni considerate un paradiso fiscale. La black list dell’Agenzia delle Entrate italiana ne segnala oltre cinquanta, praticamente in ogni continente e a ogni latitudine”.
Scandali ce ne sono stati prima e altri scandali seguiranno finché non si manifesta la volontà politica di contrastare questo fenomeno, al centro delle disuguaglianze e dei peggiori traffici mondiali. “Dal punto di vista tecnico le soluzioni ci sono e sono semplici, manca la volontà politica”, sottolinea l’economista.

A colpire, in tutta questa vicenda, è l’assopimento generale delle opinioni pubbliche nel mondo che, salvo rari casi, non hanno reagito.
L’unico caso degno di nota riguarda l’Islanda, dove le manifestazioni di massa per il coinvolgimento in Panama Papers attraverso conti off shore, hanno portato alle dimissioni del premier David Gunnlaugsson, che ha gettato la spugna dopo aver provato invano a sciogliere il Parlamento.

Gran parte dell’opinione pubblica non capisce questi meccanismi – osserva Baranes – sia cosa significa e come avviene mettere i propri risparmi all’estero per eludere o evadere il fisco, sia quanto ciò abbia delle conseguenze sulla vita di tutti noi”. L’economista ricorda che sono anni che il mantra è ‘non ci sono i soldi’ per la sanità, per le pensioni, per le scuole e le università, però ci sono persone che mettono soldi nei paradisi fiscali. Tutti noi, dunque, facciamo fatica a cogliere la relazione tra le risorse sottratte al fisco e i tagli a servizi e investimenti.

C’è però un ulteriore aspetto, che soprattutto in Italia è piuttosto radicato. “Il problema è anche quanto alcuni atteggiamenti siano, non dico giustificati, ma accettati dalla società. Dal piccolo imprenditore vessato dal fisco che, poverino, è costretto a spostare i propri soldi in Svizzera, all’ex presidente del Consiglio che afferma che è moralmente accettabile non pagare le tasse”.
L’economista osserva che in Italia è molto diffusa la convinzione che chi riesce a non pagare le tasse sia un furbo e sia invece scemo chi le paga.