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Le parole contemporanee d'odio razziale al centro dell'Otello dell'Elfo

In scena all'Arena del Sole fino al 25 marzo l'Otello di William Shakespeare firmato a quattro mani da Elio de Capitani e Lisa Ferlazzo Natoli.


di Simona Sagone
Categorie: Teatro
Otello teatro dell'Elfo

E' un Otello della parola, dell'arte dell'inganno e dell'odio razziale quello portato in scena dal Teatro dell'Elfo  che si rivolge agli spettatori contemporanei con ironia per mettere in guardia dal sessismo, dalla millennaria violenza perpetrata sui corpi delle donne e dal disprezzo dello straniero. 

"Labbrone", "negro", "nero", "bestia", "berbero", "equino", questi gli epiteti usati per rivolgersi ad Otello dagli altri personaggi, nella traduzione di Ferdinando Bruni che ha voluto, attraverso la scelta delle parole, calcare la mano sulla dimensione xenofoba della società veneziana che sembra trattare alla pari il Moro per i suoi meriti militari, ma che in realtà, con doppiezza, lo sfrutta politicamente pur ritendolo una sottospecie d'uomo e lo scarica con altrettanta facilità quando egli si macchia d'atroce delitto, confermando l'indegnità dello straniero a trattare con gente civile.

L'uso di espressioni colloquiali contemporanee è ciò che più colpisce dello spettacolo del Teatro dell'Elfo perchè di fronte a Shakespeare non ci si attende di essere trafitti da un parole come "puttana" "sputtanata" o da un'espressione come "speronare una terrestre" per indicare la deflorazione della candida Desdemona da parte del Moro.

Eppure la lingua quotidiana usata da Bruni non svilisce il linguaggio shakespeariano che conserva momenti d'incanto poetico con incatenamenti di endecasillabi taglienti scambiati tra i duellanti verbali e le strabilianti frasi icona del dramma che accendono le braci interiori dello spettatore - conoscitore del testo, che le attende durante la narrazione come porto sicuro.

Oltre alla interessante traduzione di Bruni che tende a portare il testo di Otello più vicino ai contemporanei casi dl razzismo e di intolleranza nei confronti del diverso, nonché verso i tristemente frequenti femminicidi originati dal preteso dominio che gli uomini secolarmente esercitano, perlomeno sul corpo delle donne, non riuscendo, parole di Otello, a dominarne i desideri, va reso merito allo scenografo Carlo Sala e alle luci di Michele Ceglia per la capacità di creare zone d'ombra e di giocare su trasparenze e opacità reali e della coscienza.

Man mano che il dramma avanza la scena appare sempre più essenziale, senza quintature, senza fondali neri, v'è semplicemnete un dispositivo scenico che costringe l'azione entro un quadrato circondato da teli leggeri, su tre lati, con motivi vagamente allusivi alle dune di sabbia africana. Il resto del palco è completamente a vista con le corde, pesi e contrappesi, e i fari di taglio posti in soft box nere per dare luci ovattate e diffuse.

Nella prima scena a Venezia davanti alla casa dell'anziano Brabante solo un telo sul fronte scena viene abbassato quel tanto da mostrare il padre di Desdemona come affacciato a una finestra del palazzo veneziano. Quando il telo va a salire verso l'alto definendo il soffitto della sala del gran consiglio, il Doge compare seduto su una semplice poltrona al centro della scena mentre i consiglieri parlano da dietro un telo di fondo illuminati in modo che si vedano solo le loro silhouette. La tempesta che allontana i pericolosi Turchi è evocata solo dal movimento agitato di teli di plastica e così via seguendo una logica essenzializzante.

Gli attori dell'Elfo lavorano unicamente con i propri corpi, le parole e le emozioni dei personaggi e qualche scarno oggetto: lanterne, spade, pugnali, una scala oltre al fondamentale fazzoletto di Desdemona. L'essenzialità veramente elisabettiana della scena esalta il lavoro attoriale e magnifica la dialettica dei personaggi.

Menzione d'onore va fatta a Elio de Capitani nei panni di Otello, presentato con un fondo tinta scuro, ma non annerito in viso, con una sola striscia nera in testa, quasi a evocare una capigliatura africana sulla testa rasata. L'Otello di de Capitani è convincente e raggiunge un'alta intensità quasi nell'immobilità fisica, per la forza della sua presenza e la capacità di scolpire le parole di Shakespeare, rendendole tridimensionalmente presenti all'uditorio. Iago è Federico Vanni anch'egli eccezionale nel far intendere perfettamente la trama dei contorti pensieri del personaggio. Brava, soprattutto nella parte finale, Cristina Crippa nei panni di Emilia che riscatta tutte le donne umiliate e offese dall'oppressione maschile.

Complessivamente un eccellente cast con la sola eccezione di Emilia Scarpati Fanetti, nei panni di Desdemona, che non regge a mio avviso il peso del ruolo e recita scuotendo continuamente il viso non riuscendo altrimenti ad esprimere il dissenso interiore del personaggio rispetto alla volontà ora del parde, ora del marito, di comandarla.

Sorprende la capacità degli interpreti di spremere l'ironia che si cela in certe battute facendo ridere il pubblico pur di fronte a inganni ignobili, ironia che aiuta a prendere le distanze dalle scelte dei personaggi shakespeariani e a immaginare per l'oggi soluzioni differenti ai conflitti culturali e tra sessi.

Venerdì 23 ore 21, sabato 24 ore 19.30 e domenica 25 ore 16 Arena del Sole Bologna.

 

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