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Nuclear ban: si aprono i negoziati Onu

A New York si discute la messa al bando degli ordigni nucleari.


di redazione
Categorie: Esteri
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Oggi si aprono, presso la sede centrale delle Nazioni Unite, i negoziati per la stesura di un trattato di messa al bando delle armi nucleari. Attivisti di tutta Europa hanno manifestato il loro sostegno ai negoziati incontrandosi, nei giorni scorsi, davanti alle basi che custodiscono gli ordigni. Ne parliamo con Francesco Vignarca di Rete Italiana per il Disarmo.

Si aprono oggi, lunedì 27 marzo, dei negoziati dalla portata storica, il cui esito positivo comporterebbe un sostanziale passo avanti verso la definitiva dismissione degli arsenali nucleari. La conferenza avrà luogo presso la sede centrale dell'Onu da oggi a venerdì, con una ripresa tra il 15 giugno e il 7 luglio, e discuterà la messa a punto di un vincolo giuridico che vieti e bandisca le armi nucleari.

Un trattato, insomma, frutto di una risoluzione approvata dall'Assemblea generale dell'Onu verso la fine dello scorso anno che ha delineato una frizione tra stati non-nucleari o disallineati e membri di alleanze in possesso di ordigni. Francesco Vignarca di Rete Italiana per il Disarmo ci spiega che questo trattato varrebbe, come ogni trattato, solo per gli stati firmatari (con buona probabilità solo i paesi non possidenti), ma una messa al bando completa farebbe scivolare le grandi potenze nucleari in una situazione di illegalità, spronandole ad imboccare la via del disarmo.

Si tratterebbe di uno strumento giuridico radicalmente diverso rispetto a quello che, dagli anni Settanta, ha semplicemente predisposto la non proliferazione delle armi, ovvero il blocco di una escalation nucleare che prevedesse un disarmo progressivo a cui non si è mai tenuto fede, nemmeno dopo la fine della Guerra fredda.

Proprio in funzione di un ammodernamento del profilo giuridico dei trattati sul nucleare, Vignarca sottolinea la necessità di garanzie internazionali più solide, che superino l'obsoleta dialettica della deterrenza: “La deterrenza poteva avere senso coi due blocchi che si fronteggiavano: quando tutti hanno qualcosa da perdere, la deterrenza può servire perché ci si fa paura a vicenda. In una situazione odierna, in cui le guerre sono asimmetriche, non ci sono più stati e blocchi ma gruppi armati e terroristici, la proliferazione crea più pericoli di quelli che potrebbe bloccare perché ci sono più attori sullo scacchiere internazionale”.

In un clima decisamente più liquido, lo spostamento delle testate può risultare per ampi tratti molto più snello. In Europa vige il programma di nuclear sharing statunitense, ovvero il dispiegamento di 150 ordigni Usa nel continente tra Paesi Bassi, Germania, Belgio, Italia e Turchia; Vignarca mette il risalto i rischi ancora maggiori che si correrebbero nel caso in cui il concetto di nuclear sharing fuoriuscisse dalla Nato: “Si parla ogni tanto della possibilità che il Pakistan fornisca ordigni nucleari all'Arabia Saudita. Potete immaginare cosa succederebbe in quel caso?”.

Ma di che tipo di armi parliamo quando ci riferiamo al nuclear sharing nordamericano?
I 20 ordigni di Aviano (provincia di Pordenone) sono "a chiave singola", ovvero bombe americane che, in caso di conflitto, sarebbero sganciate da aerei americani, mentre le altre 20 di Ghedi (provincia di Brescia) sono "a chiave doppia", e sarebbero da armare su aerei del paese ospitante, quindi dell'Aeronautica militare italiana.

Francesco Vignarca ci traccia un profilo interessante di questi ordigni, che si spinge ben oltre l'analisi del loro potenziale impiego militare: “Quel tipo di bombe, B-16 o B61-12, non sono ordigni che funzionano veramente perché non sono dispiegabili. Sono ordigni che necessitano di qualche ora per essere gestiti, armati, messi sugli aerei e partire”.

Secondo l'attivista di Rete per il disarmo, quindi, manca in questo caso un criterio puramente difensivo e militare. Si tratta piuttosto di armi che hanno una natura strategica, e che servono a tenere collegato il paese ospitante all'ombrello nucleare degli Stati Uniti. A conferma della natura essenzialmente diplomatica di questi arsenali, i Paesi Bassi sono l'unico paese membro della Nato che ha deciso di partecipare ai negoziati, mentre tutti gli altri sono stati in qualche modo frenati col timore che un trattato sul disarmo nucleare comporterebbe il definitivo collasso dell'alleanza atlantica.

Le basi italiane che ospitano quelli che Vignarca definisce dei “mezzi politici di strategia egemonica” sono stati, al pari dei corrispettivi stabilimenti europei, teatro di iniziative messe in campo dalle reti facenti capo all'attivismo per il disarmo nucleare. Tutte le organizzazioni all'interno della campagna ICAN (Campagna Internazionale per la Messa la Bando delle Armi Nucleari) hanno deciso di riunirsi in un momento simbolico di mobilitazione a sostegno dei negoziati.

“Si è deciso – conclude Vignarca – di fare una foto simbolica per dire che sappiamo che lì ci sono armi nucleari, e che siamo pronti a esplicitare il pensiero della maggioranza della popolazione, ovvero liberarci dalla spada di Damocle del nucleare”.

Cristiano Capuano


Ascolta l'intervista a Francesco Vignarca

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