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No Ogm, continua la battaglia in attesa del Tar

Al manifesto per un'Italia libera da Ogm, hanno già aderito 39 associazioni


di Francesco Ditaranto
Categorie: Ambiente, Economia
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Mentre il Tar del Lazio ha rinviato la sentenza sul ricorso di alcuni agricoltori friulani contro il decreto interministeriale che impedisce loro di piantare il mais Ogm Mon 810, numerose associazioni, tra le quali Greenpeace, Legambiente e Coldiretti, si mobilitano per il bando definitivo degli Ogm dal nostro territorio.

La questione è vitale, anche se è passata sotto silenzio. Tra qualche settimana al massimo, sarà resa nota la sentenza del Tar del Lazio (che dunque ha valore su tutto il territorio nazionale) sul ricorso di alcuni agricoltori friulani contro un decreto interministeriale. Il provvedimento vieta agli agricoltori di utilizzare sementi geneticamente modificate, definite Mon 810, di proprietà della multinazionale Monsanto.

Quella che potrebbe sembrare un'ingerenza dello Stato nella libera scelta degli imprenditori agricoli è, invece, una fondamentale presa di posizione a protezione del nostro patrimonio culturale ed economico.

Per capire la portata della pronuncia del Tar, basta procedere per semplici passi. Il nostro paese vive la crisi economica più devastante degli ultimi decenni. In questo contesto l'unico settore che non ha ceduto, ma che, anzi, è riuscito a tenere la posizione e offrire posti di lavoro è stata l'agricoltura. In particolare, con una domanda interna in costante contrazione, è stato l'export a tenere in vita un settore che, va ricordato, non può per sua natura, optare per la delocalizzazione. L'italia è un paese dal territorio difficile, che poco si presta, salvo qualche eccezione, a coltivazioni estensive e omologate. Al contrario i terreni agricoli per singola azienda sono molto parcellizzati e con volumi di produzione relativamente bassi.

Non è dunque la quantità a fare dell'Italia un esportatore di prodotti agricoli. L'unicità delle produzioni italiane sta nella qualità altissima e nella varietà di prodotti, territori e metodi di produzione. I mercati internazionali premiano questa ricchezza, talmente legata e insita nelle nostre produzioni, che c'è chi, legando l'italian sounding a scadenti imitazioni, riesce a truffare milioni di consumatori. La nuova frontiera, per questa enorme ricchezza, è il biologico, che esalta ancora di più le peculiarità dei nostri prodotti. 

Piantare sementi geneticamente modificate (spesso utilizzate per la produzione di mangimi animali) non è soltanto un problema di chi le utilizza, ma anche di chi gli sta intorno. Gli Ogm, sulle conseguenze dell'utilizzo dei quali non è ancora stata fatta piena luce, infestano anche i terreni vicini, facendo perdere, anche a chi produce senza utilizzarli, la certificazione Ogm Free. Se il mio vicino produce Ogm, anch'io produco Ogm, si potrebbe riassumere.

Ma soprattutto, l'utilizzo di Ogm espone l'agricoltore ad un circolo vizioso. Le sementi Ogm sono ibride, cioè non in grado di riprodursi. Il produttore agricolo è costretto ad acquistare ogni anno le sementi. Ma questi semi sono brevettati, sono cioè proprietà di qualcuno, che, dunque, ne decide il prezzo e la presenza sul mercato. Utilizzando queste sementi l'azienda si lega di fatto ad una multinazionale (che peraltro, è anche l'unica in grado di provvedere alla messa a punto di anti-parassitari) e perde ogni tipo di indipendenza. L'abbandono delle colture tradizionali, porta alla scomparsa delle sementi tradizionali, cioè alla distruzione del patrimonio che fa sopravvivere l'agricoltura italiana. Viste le caratteristiche dell'agricoltura italiana, in un contesto di produzione omologata, il nostro paese non può stare sul mercato: c'è chi produce di più e a costi più contenuti. In questo caso si potrebbe riassumere che mentre si acquistano semi, ci si vende la terra e con essa il futuro.

Nell'attesa che il Tar si pronunci, resta la sensazione di un possibile suicidio dell'unico settore ancora vivo nel tessuto produttivo del nostro paese.


Ascolta l'intervista a Federica Ferrario, responsabile agricoltura di Greenpeace

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