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Nidi in Appennino a rischio chiusura, l'allarme Cgil

I costi per i servizi sono inaccessibili per molte famiglie, che preferiscono rivolgersi ai vicini.


di Alessandro Canella
Categorie: Istruzione
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Per effetto della crisi si registra un crollo delle iscrizioni agli asili nido dell'Appennino. Le famiglie preferiscono lasciare i figli ai vicini. L'allarme della Cgil: "Così si perde un patrimonio educativo e il territorio si impoverisce". E propone tariffe diversificate per chi è in cassaintegrazione. A rischio 30 lavoratrici.

Nei Comuni dell'Appennino bolognese, in particolare a Marzabotto, Monzuno e Gaggio Montano, gli asili nido rischiano di chiudere per il vertiginoso calo delle iscrizioni. È l'allarme lanciato dalla Fp-Cgil, che sottolinea come la chiusura dei nidi rappresenti una enorme perdita per il patrimonio educativo e l'ulteriore impoverimento di un territorio già difficile per molti aspetti.
In particolare, il sindacato e le Amministrazioni registrano le scelte di molte famiglie che preferiscono lasciare i propri figli a vicini di casa o parenti, poiché i costi dei servizi comunali risultano inaccessibili, anche a causa della crisi economica.

I numeri non lasciano spazio ad interpretazioni. Nel nido di Monzuno, gestito dalla Cooperativa Dolce, si è passati da due sezioni ad una sola, dal momento che le iscrizioni sono crollate da 20 a 13. Ancora peggio a Gaggio Montano, dove dal 2012 ad oggi le sezioni sono passate da tre ad una, con sette lavoratrici che sono finite in cassa integrazione.
"Nel giro di due o tre anni - mette in guardia Simone Raffaelli della Fp-Cgil di Bologna - questi nidi potrebbero arrivare alla chiusura, con ciò che questo comporta, ovvero che le famiglie con figli non sceglieranno di andare a risiedere in un territorio che non ha questo tipo di servizi".

Il problema è essenzialmente legato ai costi dei servizi, che per molte famiglie risulta inaccessibile. "Nonostante i Comuni abbiamo fatto una politica di contenimento delle tariffe, per molte famiglie che magari hanno un genitore in cassa integrazione, disoccupato o impiegato part-time, i costi sono insostenibili". Per questo in molti preferiscono lasciare i propri figli a vicini di casa, pensionati o parenti, che li accudiscono per una giornata a prezzi decisamente più bassi. In questo modo però, lamenta Raffaelli, sparisce il servizio pubblico.

A rischiare, complessivamente, sono circa 30 lavoratrici, ma gli effetti si riverbererebbero anche su tutta la comunità. "È un cane che si morde la coda - osserva il sindacalista - e che rischia di pesare sulle donne. Se infatti non mando mio figlio al nido perché non ho i soldi e sono costretta a restare in casa per il lavoro di cura, non potrò cogliere le occasioni per un lavoro a tempo pieno e il mio reddito resterà insufficiente per accedere ai servizi". Per non parlare della situazioni delle educatrici, professionalizzate per svolgere quel mestiere, che si ritroverebbero senza lavoro.

Per far fronte al problema, la Cgil avanza anche alcune proposte-tampone. In particolare occorrerebbe una politica di sistema che metta in rete le strutture di tutto il territorio, creando una lista d'attesa unica, tariffe unificate e agevolate per genitori in cassaintegrazione, disoccupati o con un lavoro a tempo determinato.


Ascolta l'intervista a Simone Raffaelli

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