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Verso "Non una di meno": donne e media

In che modo le parole e le immagini possono contribuire ad alimentare la cultura della violenza


di redazione
Categorie: Donne
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A una settimana dalla Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne Benedetta Pintus, giornalista e creatrice del blog Pasionaria dedicato alle questioni femminili, ha parlato ai nostri microfoni del rapporto tra media e violenza di genere.

Il 26 e il 27 novembre, a Roma, si terrà la manifestazione nazionale "Non una di meno", che lancia l'appello: "Non c’è nessuno stato d’eccezione o di emergenza: il femminicidio è solo l’estrema conseguenza della cultura che lo alimenta e lo giustifica". Ma in che modo i media contribuiscono alla formazione e diffusione di questa cultura? Uno dei problemi principali, secondo la giornalista Benedetta Pintus, è proprio il modo in cui spesso si parla di violenza contro le donne. "L'utilizzo del linguaggio appropriato è molto importante - spiega Pintus - perchè le parole non sono neutre, e la visione della realtà dipende da come viene rappresentata, anche a livello di linguaggio. Per questo è molto importante che i media narrino la violenza di genere in modo tale da non incorrere in certi stereotipi e pregiudizi, che invece rafforzano questa cultura della violenza. Ad esempio la scelta di termini come raptus o delitto passionale e l'abitudine a descrivere il modo in cui era vestita la vittima o quali fossero le sue abitudini sessuali tende a colpevolizzare la vittima".

Ma l'informazione non è fatta solo di parole, e spesso anche la scelta delle immagine contribuisce a mandare i messaggi sbagliati. Proprio il blog pasionaria di cui Pintus è stata fondatrice l'anno scorso aveva lanciato la campagnia #anchequestaèviolenza, raccogliendo piccoli e grandi episodi di violenza quotidiana in risposta a quello che l'autrice aveva definito "il marketing della violenza contro le donne", quello che ci bombarda di immagini di ragazze rannicchiate e col volto tumefatto.    
"Spesso - sottolinea la giornalista - vediamo immagini in cui ci sono donne sessualizzate, in biancheria intima o in reggicalze sul letto. Oppure vengono usate foto di donne che si coprono il volto, come se si vergognassero, sempre in atteggiamenti da vittima indifesa, dando l'immagine che le donne che subiscono violenza sono donne da proteggere e deboli, e anche questa è un'immagine sbagliata. In realtà la violenza di genere è trasversale e colpisce tutte le donne, non solo quelle che possono essere considerate più indifese. Questo tipo di descrizione e narrazione della violenza finisce per essere molto retorica, e per banalizzare poi il femminicidio e in generale la violenza di genere. Sarebbe importante andare oltre questi dettagli morbosi per aiutare un percorso di consapevolezza su quale sia realmente la radice della violenza".

Per dar vita ad un nuovo tipo di narrazione e smettere di alimentare quella stessa cultura che si trova alla base della violenza di genere, secondo Pintus, i media dovrebbero prima di tutto fare attenzione. "Spesso i giornalisti tendono a percorre strade già percorse, utilizzando delle frasi fatte. Invece è importante far caso alle parole e cercare di non cadere negli stereotipi". Questa è una cosa che va al di là della violenza di genere. Il rispetto delle donne nel linguaggio dei media infatti parte da prima. "Spesso - conclude la giornalista - le donne non vengono rappresentate adeguatamente. Si fa riferimento al loro aspetto esteriore anche in contesti in cui non c'entra nulla, ad esempio quando si parla di politica o di sport. I media dovrebbero fare attenzione a come descrivono e le donne e a come le rappresentano, e non cadere nei cliché che rappresentano le donne solo come oggetto da guardare o come oggetto sessuale".

Anna Uras


Ascolta l'intervista di Benedetta Pintus

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