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Un sequestro come colpo di coda di Aemilia

Il gesto folle di uno dei condannati del maxi-processo all'ndrangheta.


di Alessandro Canella
Categorie: Giustizia
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Francesco Amato, condannato a 19 anni in primo grado nel processo di mafia Aemilia, ha preso in ostaggio 5 dipendenti di un ufficio postale nel reggiano. La sentenza della settimana scorsa, che ha certificato la più grande infiltrazione 'ndranghetista al nord, ha fatto poco notizia. Mercoledì un incontro di Libera Bologna. L'intervista a Sofia Nardacchione.

C'è voluto un sequestro di persona, ultimo tragico atto di uno dei 125 condannati finora irreperibile, a far parlare in modo diffuso della sentenza di primo grado del processo Aemilia sull'infiltrazione della 'ndrangheta al nord. Francesco Amato, condannato a 19 anni nella sentenza dello scorso 31 ottobre, è entrato in un ufficio postale di Pieve Modolena, frazione di Reggio Emilia, ha fatto uscire i clienti e ha preso in ostaggio cinque dipendenti. Nel corso della mattinata, il sequestratore ha liberato una donna tenuta in ostaggio e chiesto di parlare col vicepremier Matteo Salvini.

Quando uscì la sentenza, la settimana scorsa, la stampa ne ha parlato poco, in modo distratto, preferendo accendere i riflettori su altri temi del dibattito politico.
Eppure il processo ha numeri che fanno spavento: 148 imputati, 125 condanne per più di 1000 anni complessivi di carcere, 19 assoluzioni e 4 prescrizioni. Oltre due ore necessarie per leggere la sentenza. Basterebbero questi dati a dare l'idea della dimensione della penetrazione mafiosa tra l'Emilia Romagna e la Lombardia, al centro di questo maxi-processo.

Per approfondire il tema, comprendere la sentenza e le relative implicazioni, Libera Bologna organizza per mercoledì, alle 19, alla Fattoria Masaniello, un incontro intitolato "Processo Aemilia. Oltre 1000 anni di condanne".
Ai nostri microfoni, Sofia Nardacchione, responsabile del settore informazione dell'associazione, sottolinea alcuni aspetti salienti del maxi-processo. "La 'ndrangheta ha un livello di penetrazione altissima - sottolinea Nardacchione - 125 condanne su 148 imputati è un numero molto alto, ma soprattutto implicati in questo processo non ci sono solo 'ndranghetisti, ma anche cittadini e professionisti che hanno aiutato l'ndrangheta a radicarsi".

La sentenza di primo grado, per quanto importantissima, non ha risolto il problema. "Significativa fu la dichiarazione spontanea del collaboratore di giustizia più importante del processo, Antonio Valerio - osserva l'esponente di Libera - Nella penultima udienza ha dichiarato che ci sono giovani nuove leve, pronte ad entrare nelle fila dell'ndrangheta e che probabilmente sono già entrate".
Per questo motivo, sottolinea Nardacchione, è importante che tutti, istituzioni e politica in primis, anche sul nostro territorio offrano opportunità, per rendere meno attrattiva l'affiliazione alla criminalità organizzata.

ASCOLTA L'INTERVISTA A SOFIA NARDACCHIONE:
 

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