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Cucchi, il puzzle di responsabilità è ricomposto

Le indagini sui depistaggi completano il quadro su ciò che accadde a Stefano, prima e dopo la sua morte.


di Alessandro Canella
Categorie: Giustizia
Stefano Cucchi

Con l'avviso di fine indagini sui depistaggi per la morte di Stefano Cucchi, il complicato puzzle delle responsabilità è stato ricomposto. Emerge un quadro fosco e un sistema interno alle forze dell'ordine che non è spiegabile con le "poche mele marce", ma con una catena che risale le gerarchie. Ora la battaglia nel processo. L'intervista all'avvocato Fabio Anselmo.

Ieri otto carabinieri di vario grado si sono visti recapitare l'avviso di fine indagine, un atto che solitamente anticipa la formalizzazione del rinvio a giudizio. Sono otto, quindi, gli esponenti delle forze dell'ordine che rischiano di finire sul banco degli imputati nel cosiddetto processo bis sui depistaggi in seguito alla morte di Stefano Cucchi, avvenuta quasi 10 anni fa.
10 anni di battaglie da parte della famiglia, in particolare della sorella Ilaria, che non si è fatta scoraggiare dalle assoluzioni del primo processo, ma ha insistito per arrivare ad avere verità e giustizia per la morte di Stefano.

Sono molte le notizie uscite nelle ultime settimane e, giorno dopo giorno, le indagini hanno risalito le gerarchie dell'Arma dei Carabinieri, arrivando a coinvolgere anche colonnelli e generali. Varie, a seconda delle posizioni, i reati contestati: falso, omessa denuncia, favoreggiamento e calunnia.
"Ci sono voluti 10 gradi di giudizio e 10 anni per arrivare a dove siamo oggi - commenta ai nostri microfoni Fabio Anselmo, avvocato della famiglia Cucchi - È difficile che in un processo penale si possa arrivare così tanto nel dettaglio".

Per Anselmo nelle carte dei processi ormai c'è tutto ed è possibile ricomporre un puzzle complicato di responsabilità, fatto di violenza, ma anche bugie e depistaggi.
Il legale della famiglia Cucchi sintetizza in tre punti tutto ciò che, in questi 10 anni, ha tentato di inquinare la verità. Da un lato il tentativo di far assumere la responsabilità della morte di Stefano a soggetti diversi da chi aveva compiuto il pestaggio. Dall'altro il tentativo, anche attraverso discutibili perizie medico-legali, di negare il pestaggio stesso.
Il terzo punto riguarda proprio un depistaggio a carattere medico-legale, attraverso cui, da un lato, si è mentito sulle condizioni di salute di Stefano, dipingendole precarie e fragili, dall'altro tentando di anticipare le conclusioni di false perizie medico-legali, redatte a tavolino.

Guardando nel complesso tutta la vicenda, con tutte le informazioni raccolte finora, il quadro che emerge è piuttosto inquietante e racconta come, nel caso di Stefano Cucchi, le responsabilità non sono imputabili al comportamento deviante di singoli individui, ma ad un vero e proprio sistema che ha risalito la catena gerarchica.
"Nelle carte, nelle parole, negli atti e nelle intercettazioni si capisce chiaramente che la scelta di questo depistaggio fu fatta dall'alto e non dal basso - commenta Anselmo - E venne decisa perché l'Arma dei Carabinieri non poteva permettersi, nei giorni della morte di Stefano, un altro scandalo dopo gli arresti dei carabinieri coinvolti nell'estorsione a danno dell'ex presidente della Regione Lazio Marrazzo".

L'avvocato osserva che venne fatta una riunione il 12 novembre in cui si discusse del caso Cucchi e del caso Marrazzo. E aggiunge: "È veramente un malinteso e patologico senso di appartenenza, di spirito di corpo e di rispetto per l'Arma. L'Arma si rispetta in altro modo: rispettando la legge e censurando anche chi, appartenendovi, le viola".

ASCOLTA L'INTERVISTA A FABIO ANSELMO:

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