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Regeni dimenticato, e dall'Italia continua la vendita di armi all'Egitto

Sul caso del ricercatore italiano cala il silenzio. Il report di Amnesty sui flussi di armi.


di Andrea Perolino
Categorie: Esteri
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Dopo oltre quattro mesi di depistaggi e blande azioni diplomatiche sul caso del ricercatore italiano Giulio Regeni sembra calare il silenzio. Intanto Amnesty International torna a denunciare la vendita di armi all'Egitto da parte di diversi Paesi europei, tra cui l'Italia.

Uso arbitrario ed eccessivo della forza, violenta repressione del dissenso, sparizioni forzate e torture. L'Egitto del generale Al Sisi, al potere dopo il colpo di stato con cui venne deposto il presidente Mohammed Morsi, continua ad essere teatro di gravi violazioni dei diritti umani. Era l'estate del 2013 quando centinaia di manifestanti vicini ai Fratelli Musulmani furono uccisi dalla forze armate governative in quello che viene ricordato come il massacro di Rabaa. Fu allora che l'Unione europea, preoccupata per quello sproporzionato uso della forza, intervenì decidendo di sospendere i trasferimenti di armi all'Egitto. Una misura per la verità non vincolante, ma tuttavia sistematicamente calpestata dai Paesi membri. Quasi la metà degli Stati dell'Unione europea ha infatti violato la sospensione.

È la denuncia contenuta nell'ultimo rapporto di Amnesty International, secondo cui 12 stati dell'Unione europea su 28 "sono rimasti tra i principali fornitori di armi ed equipaggiamento di polizia all'Egitto", rischiando così di "rendersi complici di un'ondata di uccisioni illegali, sparizioni forzate e torture". Solo nel 2014, gli stati dell'Unione europea hanno emesso 290 autorizzazioni all'esportazione di forniture militari all'Egitto, per un valore di oltre sei miliardi di euro, tra cui piccole armi, armi leggere e relative munizioni, veicoli blindati, elicotteri, armi pesanti per operazioni anti-terrorismo e tecnologia per la sorveglianza. "Quelle armi sono utlizzate per la repressione - sottolinea Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia - per questo diciamo che c'è una complicità da parte dell'Unione europea".

Tra i Paesi chiamati in causa rientra anche l'Italia, che come è noto è uno dei maggiori partner economici dell'Egitto. Secondo il diciassettesimo rapporto annuale dell'Unione Europea, nel 2014 l'Italia ha emesso 21 autorizzazioni per un valore di 33,9 milioni di euro di attrezzature militari verso Egitto. Inoltre, secondo Privacy International, l'azienda italiana Hacking team ha fornito ai servizi segreti egiziani sofisticate tecnologie di sorveglianza. Oltre all'Italia, gli stati membri dell'Unione europea che hanno inviato armi all'Egitto, direttamente o tramite intermediazione, sono Bulgaria, Cipro, Francia, Germania, Polonia, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Spagna e Ungheria.

L'Unione europea ha deciso di chiudere gli occhi sul trasferimento di armi all'Egitto e sulla violenta repressione interna contro il dissenso messa in campo dal regime di Al Sisi. Continuano infatti gli arresti di massa e le perquisizioni arbitrarie, le sparizioni forzate, le torture e le uccisioni illegali. Il tutto nella più completa impunità.

E così ci troviamo ancora senza la ben che minima verità sulla morte di Giulio Regeni, dopo quattro mesi dal giorno della sua sparizione. Mesi segnati dai depistaggi e dalle promesse mai mantenute da parte delle autorità egiziane. Mesi caratterizzati dalla risolutezza a parole del governo italiano di Matteo Renzi. Parole a cui non hanno fatto seguito azioni concrete, tralasciando la blanda azione diplomatica di richiamare - per poi sostituire - il proprio ambasciatore. Dopo quattro mesi, su Giulio Regeni è calato il silenzio. "C'è una fiducia, che temo rasenti la fede, nel fatto che questa collaborazione della procura egiziana verso la controparte italiana possa dare dei risultati - osserva Noury - Questo abbassamento dei toni sicuramente preoccupa, il tempo gioca a sfavore dell'attenzione del caso di Giulio. Per questo a giugno intendiamo mettere in campo un'azione forte - rivela il portavoce di Amnesty - è arrivato il momento di portare la richiesta di verità a Palazzo Chigi".


Ascolta l'intervista a Riccardo Noury

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