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Pro Activa, solidarietà criminalizzata e uso creativo della legge

La vicenda giudiziaria che colpisce la nave della Pro Activa Open Arms.


di Alessandro Canella
Categorie: Migranti
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Il sequestro della nave e l'incriminazione per associazione a delinquere finalizzata all'immigrazione clandestina della Pro Activa Open Arms da parte del (solito) procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, sembrano ignorare alcuni punti del diritto internazionale: il principio di non respingimento, la mancanza dei parametri per ritenere la Libia uno Stato sicuro e di quelli per considerare la pertinenza libica nel tratto di mare interessato. L'intervista a Gianfranco Schiavone di Associazione Studi Giuridici Immigrazione.

"Hanno istituito il reato di solidarietà". Così Rosa Emanuela Lo Faro, avvocata che difende la Pro Activa Open Arms, ha commentato i provvedimenti giudiziari che hanno colpito la ong spagnola, dopo la vicenda che l'ha coinvolta tre giorni fa nel Mediterraneo.
Sfuggita il 15 marzo ad un inseguimento di una motovedetta libica, che minacciava di aprire il fuoco se non avesse consegnato le donne e i bambini salvati nel corso di un soccorso ad un gommone, la nave ha atteso due giorni di poter entrare in un porto con i 218 naufraghi, fino a quando non è arrivata l'autorizzazione ad attraccare a Pozzallo.
Qui la nave è stata posta sotto sequestro e il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, lo stesso che aveva inseguito gli allarmi della politica sulle "ong taxi del mare", ha incriminato l'ong per associazione a delinquere finalizzata all'immigrazione clandestina.

Se la precedente inchiesta aperta da Zuccaro non ha prodotto finora alcun elemento giuridicamente rilevante, la vicenda che coinvolge ora la Pro Activa Open Arms fa riesplodere il tema del salvataggio di vite nel Mediterraneo, attività molto ridotta e ostacolata dall'operazione politico-mediatico-giudiziaria, guidata dal ministro degli Interni Marco Minniti.
Secondo l'accusa, nell'equipaggio della ong spagnola ci sarebbe la volontà di portare i migranti in Italia anche violando legge e accordi internazionali, non consegnandoli ai libici. Accordi, vale la pena di ricordare, fatti dall'Italia con le milizie di Al Serraj, che è solo una delle fazioni libiche in guerra in questo momento.

Pur con tutta la prudenza del caso, in attesa di conoscere nel dettaglio gli elementi a fondamento dell’indagine e della decisione di sequestrare la nave Open Arms, oggi a prendere la parola è l'Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione, che in un comunicato puntualizza alcuni princìpi del diritto internazionale che depongono a favore della condotta della Ong.
"Tanto le norme in materia di soccorso alle persone in mare quanto quelle relative al contrasto alla tratta di esseri umani impongono agli Stati il rispetto degli obblighi derivanti dal diritto internazionale in materia di rifugiati, tra i quali il principio di non respingimento", scrive l'Asgi.

Inoltre, la Libia ha autoproclamato la propria zona Sar (Search and rescue, ricerca e salvataggio) fuori dalle proprie acque territoriali, dove si è svolta la vicenda ma sottolinea l'Asgi, "anche in ragione della mancanza di adeguati requisiti per essere riconosciuta dall’International Maritime Organisation (IMO) si deve ritenere che un’area Sar libica non esista e che, dunque, non sussistendo la responsabilità di alcuno Stato sull’area del mar libico a sud di quella maltese e confinante con le acque territoriali della Libia, la prima centrale contattata ha la responsabilità giuridica di attivarsi per salvare le barche dei migranti e dei rifugiati in pericolo e per condurli in un porto sicuro".

Inoltre, conclude il comunicato di Asgi "Nessuna delle condizioni richieste dal diritto internazionale marittimo e dal diritto internazionale in materia di asilo può essere soddisfatta in Libia sia in ragione dello stato di guerra civile in cui versa il Paese, sia in ragione della radicale mancanza di qualsiasi possibilità di garantire il rispetto dei diritti umani fondamentali ai cittadini dei Paesi terzi che si trovano in Libia e a coloro che vi vorrebbero chiedere protezione internazionale. Nessun rifugiato può ottenere protezione in Libia non sussistendo alcuna norma di diritto interno che lo preveda e tutti i rifugiati, comunque presenti sul territorio libico, sono oggetto di detenzione arbitraria nelle carceri, in condizioni disumane e in generale sono oggetto di violenze sistematiche".

ASCOLTA L'INTERVISTA A GIANFRANCO SCHIAVONE, VICE-PRESIDENTE DI ASGI:

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