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“Mollate le poltrone, venite in mezzo a noi”

La contestazione e il ruolo di chi detiene il potere nell'Italia e nel mondo di oggi.


di Alessandro Canella
Categorie: Movimento, Politica
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I fatti del 36 ci ricordano che la contestazione è vecchia come il mondo, la capacità di affrontarla nel modo corretto no. Anche a Fabrizio De André, poeta anarchico, capitò di essere contestato, ma reagì in modo molto diverso alle modalità di reazione che osserviamo oggi.

C'è un aneddoto di una delle tante biografie su Fabrizio De André che penso possa tornare utile in questi giorni e in questi anni. Gli appassionati di Faber sanno che lui odiava esibirsi dal vivo, era una cosa che non gli apparteneva e che “accompagnava” scolandosi bottiglie di whisky.
Negli anni caldi attorno al '68 capitava che anche artisti considerati “di sinistra” fossero oggetto di contestazioni giovanili e studentesche. La cosa capitò anche a De André.
Certo, oggi si potrebbe obiettare che i contestatori erano dei cretini, che non avevano capito i testi dei capolavori del cantautore genovese, che erano solo dei violenti che giocavano a “chi è più comunista”, ma ciò ha poco importanza per come finisce la storia.

De André avrebbe potuto ignorarli o, qualora avessero dato davvero fastidio ai “buoni” spettatori del concerto, avrebbe potuto richiedere l'intervento della security (che forse allora non si chiamava così) e farli allontanare.
Invece, pensate un po', interruppe momentaneamente il concerto e scese tra il pubblico per ascoltare le loro ragioni. La biografia, purtroppo, non ci fa sapere cosa si dissero, ma quel che sappiamo è che i contestatori smisero di contestare e che il concerto riprese per la felicità del pubblico pagante.

Oggi come ieri esistono i contestatori. Talvolta possono avere torto, anche torto marcio, ma talvolta possono avere ragione, anche ragione da vendere.
La differenza, semmai, è che oggi sul palco delle istituzioni non c'è De André, né qualche persona che lontanamente ci si avvicini. Troviamo rappresentanti che non rappresentano, poteri che si barricano e arroccano dentro i palazzi e che sanno solo imporre.
Attenzione: l'imposizione non riguarda solo provvedimenti sbagliati. Si può imporre anche una cosa giusta, ma se non si fa la fatica di motivarla, se non si è abbastanza umili da sentirsela messa in discussione, verrà comunque percepita come imposizione.

Abbandonando la poesia del cantautore genovese, vorrei ricordare un episodio molto più prosaico e provinciale, più in linea con la natura delle nostre terre.
Qualche anno fa il Comune di Argelato impose la raccolta dei rifiuti porta a porta ai suoi cittadini. Il porta a porta è sicuramente uno dei metodi migliori per l'ecologia e a certificarlo sono importanti studi. Potremmo dire che la raccolta porta a porta dei rifiuti è un atto di civiltà.
Il Comune di Argelato, però, non andò (o andò troppo tardivamente) a spiegare ai suoi cittadini il perché di quella scelta, le ragioni che lo avevano indotto a compierla, i vantaggi che ne derivavano. Né a rispondere alle critiche dei cittadini o alle loro legittime preoccupazioni.

Qualcuno organizzò un referendum contro la raccolta differenziata porta a porta e lo vinse. Il Comune fu costretto a tornare indietro e a rimettere i cassonetti.
Qualcuno potrebbe osservare che, almeno ad Argelato, il Comune rispetta il responso delle urne, mentre a Bologna, ad esempio, il sindaco Virginio Merola ha deciso di disattendere il risultato del referendum contro i finanziamenti alle scuole private.
Ciononostante, Argelato fu per molti anni l'unico paese a nord-est di Bologna a non avere il sistema di raccolta di rifiuti porta a porta.

La gestione delle contrapposizioni e dei conflitti – veri o strumentali che siano – dovrebbe essere considerato un obbligo di chi assume posizioni di potere. Dovrebbe esserci una scuola di formazione per amministratori in cui per prima cosa si dovrebbe imparare che il dialogo e il confronto fra istanze diverse è il sale della democrazia, che la mediazione non è il male, che lo scambio di opinioni contrastanti non deve fare paura.
Questa affermazione risulta piuttosto ingenua, poiché non tiene conto che la politica, non da oggi, non sembra rispondere alla necessità di tutelare il benessere collettivo (attenzione: collettivo non significa maggioritario), ma ad interessi e modelli socio-economici che vanno contro il bene comune e i bisogni delle persone.

Per questo i politici hanno paura del confronto: non hanno la voglia di misurarsi su quello che fanno e che palesemente va contro ai loro amministrati.
Quando ci raccontano che hanno provato a dialogare, ma non c'è stato verso, probabilmente stanno dicendo un'autentica bugia. Spesso si fermano prima, dicono: "con i violenti non dialoghiamo".
Questa storia da dove nasce? Non sono i violenti anch'essi individui che esprimono un pensiero? Domani, oltre ai violenti, diciamo che non vogliamo dialogare nemmeno con quelli alti 1,75?

Questo discorso, però, non deve deresponsabilizzare tutti noi. Non è una formula retorica e assolutoria dire che la classe politica è lo specchio della società. Non è democristiano pensare che “anche se noi ci sentiamo assolti, siamo lo stesso coinvolti” (per tornare alla citazione iniziale).
La paura del diverso, la reticenza a misurarci con chi non è allineato al nostro pensiero, negare la possibilità di farci sorprendere dall'avere punti in comune con chi pensavamo anni luce distante da noi, induce anche chi ci governa a rispondere con chiusure ed ostentazione di potere.
Basta guardare la risposta ai populismi di oggi o allo smarrimento generato dai flussi di migranti: siamo noi a fornire il pretesto per provvedimenti reazionari, è la guerra fra poveri a dare forza a risposte repressive.

Anni fa sentii e imparai dal Coro delle Mondine di Bentivoglio una canzone sulla strage del 2 agosto 1980. Si tratta di uno dei momenti più tragici per la nostra città, ma al contempo anche di uno dei momenti più belli, in cui la solidarietà, il senso di comunità, la fratellanza e un certo modo di essere popolo si sostanziò e si concretizzò, ad esempio, con i cittadini che andavano a scavare sotto le macerie o coi taxi trasformati in ambulanze.
C'è un verso di quella canzone che, ripensato oggi, assume una carica assolutamente rivoluzionaria. Quel verso dice: “Mollate le poltrone, venite in mezzo a noi. Qui vive la Repubblica, noi siamo i figli suoi”.
Dovremmo andare a cantare quel verso sotto tutte le sedi dei palazzi istituzionali del Paese.

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