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Le 5 R di Minniti

Un'analisi delle politiche del ministro degli Interni.


di Alessandro Canella
Categorie: Politica
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È da poco al Viminale ma ha già lasciato un segno con i decreti su immigrazione e sicurezza urbana. L'operato del ministro degli Interni dem, Marco Minniti, sembra contraddistinto da 5 R: retorica, rimpatri, riduzione, rimozione e ritorno. Ecco perché.

Anche se è da poco insediato al Viminale, il ministro dem Marco Minniti ha già lasciato chiaramente un segno del proprio operato. La Camera ha appena approvato il decreto sull'immigrazione che porta la sua firma e quella del ministro della Giustizia Andrea Orlando e, a ruota, seguirà l'approvazione definitiva dell'analogo provvedimento sulla sicurezza urbana.
L'azione di Minniti potrebbe essere racchiusa in cinque parole che cominciano con la lettera R: retorica, rimpatri, riduzione, rimozione e ritorno.

Retorica. Alcuni quotidiani riportano oggi le parole dello stesso ministro degli Interni, secondo cui "la sicurezza non è statistica, ma percezione". Non conta, dunque, il reale numero dei reati commessi nel nostro Paese e nemmeno contano i concreti pericoli che i cittadini potrebbero correre. Ciò che guida la sua azione è, per sua stessa ammissione, la sensazione di sicurezza o insicurezza delle persone, spesso fomentate da allarmi mediatici o da spauracchi evocati dalla stessa politica.
Mentre i deputati approvavano il decreto Minniti-Orlando, in Emilia Romagna i vigili del fuoco scioperavano e tenevano presidi nelle piazze. Una delle rivendicazioni della protesta riguardava le condizioni dei mezzi utilizzati per il soccorso. La Fp Cgil di Bologna ha fatto qualche conto: i mezzi utilizzati dai vigili del fuoco del capoluogo emiliano hanno una vita media di 16 anni, con punte di 30 anni di servizio. Guardando al chilometraggio dei mezzi, il sindacato ha calcolato che alcuni avrebbero potuto compiere il giro del mondo completo una decina di volte o che avrebbero potuto coprire la distanza fra la Terra e la luna.
Gli strumenti per la sicurezza civile in dotazione ad un corpo che dipende direttamente dal Viminale, dunque, sono obsoleti. Basterebbe questo piccolo esempio per capire che attorno al tema della sicurezza viene utilizzata molta retorica.

Rimpatri. Una delle misure contenute nel decreto sull'immigrazione prevede la creazione dei Cpr, una rivisitazione dei Cie che conferma la detenzione amministrativa di persone che non hanno compiuto reati penali. Nella discussione che ha anticipato questa misura, il ministro Minniti ha detto apertamente che le nuove strutture dovrebbero sorgere vicino agli aeroporti, in modo da agevolare gli spostamenti per i rimpatri.
Fuori dal decreto, ma ad esso propedeutici, il governo italiano ha proceduto alla firma di accordi e memorandum con governi in cui il basilare rispetto dei diritti umani non è garantito. Come se non bastasse, ha stipulato accordi in aperta violazione della Costituzione, che all'articolo 80 prevede che gli accordi internazionali di natura politica siano ratificati dal Parlamento, come ha ricordato l'Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione.
È il caso del memorandum firmato con la Libia, che però ha subìto una battuta d'arresto. Il 22 marzo scorso un tribunale di Tripoli ha sospeso il memorandum firmato dal premier del governo di unità nazionale libico Fayez al Sarraj con il presidente del consiglio italiano Paolo Gentiloni.
Per ovviare, il 31 marzo è stato firmato un secondo accordo.

Riduzione. Sia il decreto sull'immigrazione che quello sulla sicurezza prevedono una riduzione delle libertà individuali e delle garanzie giuridiche in chiave repressiva. Il primo, in particolare, abolisce un grado di giudizio per i ricorsi in tribunale dei richiedenti asilo la cui domanda è stata respinta dalla commissione territoriale. Un vulnus molto grave che ha indotto lo stesso presidente della Commissione Diritti Umani del Senato, Luigi Manconi, a votare contro il provvedimento presentato dal ministro del suo stesso partito.
La richiesta di protezione internazionale per persone che potenzialmente rischiano la vita nel proprio Paese d'origine, per Minniti ed Orlando, vale dunque meno della contestazione di una multa, per la quale sono previste più garanzie.

Rimozione. Giunto a Bologna per presentare le proprie idee per il contrasto alla povertà, il ministro della Giustizia Andrea Orlando, candidato della "sinistra" al congresso del Pd, ha affermato: "Penso che quei provvedimenti facciano reclamare ancora di più strumenti di carattere complementare. Va bene tenere in ordine le strade ma non è che poi possiamo spingere delle persone in difficoltà fuori dai centri urbani e confinarli in dei ghetti. Non ci devono essere dei ghetti".
Le misure di inclusione sociale, però, vengono sempre annunciate e mai realizzate. La crisi economica ha portato in molte città al taglio dei servizi a bassa soglia, quelli destinati alle fasce più emarginate della popolazione. I provvedimenti sulla sicurezza, invece, trovano sempre una rapida approvazione.
Il daspo urbano e l'allontamento da luoghi artistici o turistici delle città di persone non ritenute decorose, non fanno altro che rimuovere il problema agli occhi dei passanti, ma non contribuisce in alcun modo a risolverlo.

Ritorno. L'ultima R che contraddistingue l'operato di Minniti sembra essere quella di "ritorno". In particolare un ritorno al passato. I più preoccupati vedono, ad esempio, nella creazione di sezioni speciali nei tribunali per sveltire le pratiche delle richieste d'asilo un ritorno ai tribunali speciali. Altri si limitano a constatare che l'impianto dei decreti odierni è del tutto simile al Pacchetto Sicurezza del governo Berlusconi e dell'ex ministro Roberto Maroni.
Quella legge ufficializzò la stagione dei sindaci-sceriffo, ma non portò alcun miglioramento concreto alla vita dei cittadini.
Grazie al ricorso presentato dall'associazione Razzismo Stop nei confronti di una delle tante ordinanze anti-accattonaggio emesse nel primo decennio del secolo, la Corte Costituzionale dichiarò illegittima ed abrogò, con la sentenza 115 del 4 aprile 2011, la norma che attribuiva più poteri ai sindaci, in tutto e per tutto simile a quella del decreto Minniti.
La legge di allora violava gli articoli 3, 23 e 97 della Costituzione Italiana riguardanti il principio di eguaglianza dei cittadini, la riserva di legge, il principio di legalità sostanziale in materia di sanzioni amministrative. Le ordinanze dei sindaci, infatti, così come previste dal Pacchetto Sicurezza, per la Consulta incidevano "sulla sfera generale di libertà dei singoli e delle comunità amministrate, ponendo prescrizioni di comportamento, divieti, obblighi di fare e di non fare che, pur indirizzati alla tutela di beni pubblici importanti, imponevano comunque, in maggiore o minore misura, restrizioni ai soggetti considerati".
Il ritorno ad una bocciatura costituzionale del decreto Minniti, dunque, potrebbe essere solo questione di mesi.

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