Radio Città Fujiko»Notizie

La violenza politica, la fine delle idee, la ricerca del consenso

Il clima da anni '70 nelle strade e le responsabilità della classe dirigente.


di Alessandro Canella
Categorie: Politica
rissa pestaggio-2-2.jpg

La teoria degli "opposti estremismi" della violenza politica viene utile a chi ricerca consenso a qualunque costo, senza inseguire una precisa idea di società. Politica e istituzioni devono smetterla di disinnescare gli strumenti non-violenti di cambiamento e dire da che parte stanno, qual è il perimetro in cui ci si muove e agire di conseguenza.

E così l'Italia sembra essere ripiombata nel clima "anni '70". L'attentato di Luca Traini a Macerata, l'agguato al segretario di Forza Nuova a Palermo, l'accoltellamento del militante di Potere al Popolo a Perugia.
È tornata la violenza nelle strade, si dirà. Sarebbe più corretto affermare che i giornali e la politica sono tornati ad occuparsene, dal momento che le aggressioni per ragioni politiche sono quasi all'ordine del giorno da molto tempo. E, scusate la franchezza, hanno nella quasi totalità dei casi un preciso colore: il nero, come testimonia lo stesso curriculum del neofascista pestato a Palermo, già condannato per rapina e pestaggio di due migranti.
Il dibattito scatenatosi in queste ore sui media e sui social network ha quasi lo stesso tenore di quanto avviene nelle strade, quello della guerra fra bande.
Da un lato i simpatizzanti dei bersagli non innocenti giocano a fare le vittime, dimenticando che seminare vento porta a raccogliere tempesta, dall'altro una rabbia muscolare che sembra dire "non abbiamo ancora pareggiato i conti" o che ipotizza un'irrealistica forma di "giustizia proletaria".

Chi scrive lo fa da un'emittente il cui presidente finì all'ospedale, negli anni '70, con la testa rotta in un raid fascista a cui prese parte un esponente dell'estrema destra, che successivamente si mise il doppiopetto e divenne una delle figure più simpatiche dell'opposizione comunale.
Già allora, forse, sarebbe stata utile una riflessione sulle dinamiche, sulle motivazioni e sulle conseguenze di quanto accadeva.
Prima che la violenza nelle strade diventi una "pratica" consolidata, una sorta di routine, occorre forse fermarsi e fare quella riflessione. E per farla occorre sgombrare il campo da possibili equivoci, primo fra tutti quello della teoria degli "opposti estremismi".
Questa teoria è utile solo alla parte più moderata e conservatrice del Paese, che pensa di garantirsi consenso proponendosi come rassicurante argine alla violenza fisica. O meglio: proponendo che sia lo Stato il monopolista della violenza fisica, attraverso i suoi apparati repressivi.

La teoria degli opposti estremismi non sviluppa alcuna analisi, non distingue alcuna divergenza fra l'idea e gli obiettivi che armano la mano degli uni e degli altri. Tutto viene equiparato generando un vuoto di comprensione del fenomeno e, in soldoni, contribuendo ad alimentare quell'atteggiamento "da tifoseria", per cui uno è rosso o nero, comunista o fascista senza sapere cosa vuol dire, trovandosi a parteggiare per uno o per l'altro per ragioni casuali.
La speranza è che, non ascoltando le ragioni delle parti (che vengono comunque prima degli atti, su cui ci può essere egualmente una condanna), le persone che ripudiano la violenza aderiscano al rassicurante e apparentemente pacifico silenzio super-partes, ma in realtà molto democristiano.

Se prendiamo come paridgma l'essere umano, la persona, ecco che cadono anche tutte quelle sciocchezze di impostazione salviniana che sentiamo dire da esponenti di tutti gli schieramenti. Tipo: "professionisti della violenza".
Cosa spingerebbe una persona a rischiare l'incolumità fisica, essere oggetto di provvedimenti giudiziari (che secondo alcuni sarebbero trofei da collezionare), vedersi la vita compromessa, solo per il gusto di farlo?
No, questa tesi pilatesca non regge ed è anche molto paracula, perché esenta chi la propone dal fare i conti con ciò che i violenti dicono, con le argomentazioni che li muovono, anche se i metodi adottati possono non essere condivisibili e talvolta devono essere condannati e fermati.
Qui forse sta una chiave di lettura di quanto sta accadendo. La sordità e l'ignavia di quanti controllano le istituzioni è concausa della violenza politica.

Da un lato potremmo dire che la ricerca del consenso a qualunque costo degli attuali partiti, scontando e accantonando sempre più i valori e un'idea di società come elemento centrale nella politica, concorra a comporre un magma indistinto in cui tutto può accadere, perché non vi sono più ragioni precise a muoverlo. Il Pd che candida Pierferdinando Casini a Bologna, in questo senso, è solo la manifestazione più innocua della tendenza.
Molto peggio è che i partiti, ma soprattutto le istituzioni, balbettino di fronte a un fascista che spara per strada a migranti inermi. Perché lo fanno? Perché a loro interessa solo il saldo finale degli elettori che hanno messo una croce sul loro simbolo. Il voto è diventato come la pecunia: non olet.
Mi vota un razzista? Pazienza, mi ha comunque permesso di salire al potere.

Dall'altro lato sempre i partiti e le istituzioni hanno annichilito e distrutto tutti gli strumenti democratici e non violenti in mano ai cittadini per contare qualcosa.
Il voto è diventato inutile se le compagini sono tutte uguali o se quelle diverse non sono capaci di costituire una massa critica; il referendum si lascia svolgere, poi tanto si può ignorare il responso popolare (come è successo nel 2011 con le consultazioni sull'acqua pubblica); addirittura si possono fare giochetti infami, tipo abolire i voucher giusto il tempo per disinnescare la consultazione popolare promossa da un sindacato, per reintrodurli un secondo dopo; i cittadini, nell'opporsi ad una grande opera inutile e dannosa, possono studiare, fare analisi scientifiche fin che vogliono, ma verranno bastonati e incarcerati per 25 anni prima che qualcuno dica che avevano ragione, ma tanto l'opera si fa lo stesso perché è già iniziata; i fascisti possono presentarsi alle elezioni, perché "è il gioco democratico", dimenticandosi il legalitarismo di un momento prima. E così via.

Ciliegina sulla torta in questo discorso è l'atteggiamento subalterno dei cosiddetti corpi intermedi che, se il capo ordina di non partecipare ad una manifestazione pacifica di indignazione popolare, ritirano all'ultimo l'adesione, lanciando un messaggio implicito gravissimo, cioè che ai fascisti che sparano per strada non si può reagire manifestando pacificamente, perché altrimenti disturbiamo la sensibilità politica di un partito in difficoltà.
Il sillogismo con quanto accaduto a Palermo sarebbe facile, troppo scontato.
Se la responsabilità di chi commette un reato resta (per fortuna) personale, la condotta della classe dirigente di questo Paese inquadra alcuni fatti in dinamiche interconnesse.
I partiti e le istituzioni dovrebbero cominciare a dire da che parte stanno, che idea hanno di società, quali sono le idee che hanno cittadinanza e quali invece no, che esistono requisiti costituzionali per partecipare al gioco democratico, in assenza dei quali si è fuori dal sistema e si viene sciolti.
Altrimenti qualcuno continuerà a pensare stupidamente di sostituirsi a quelli che dovrebbero garantire la giustizia.

Ascolta Online


realizzato da Channelweb srl  /  progetto grafico Eddy Anselmi  /  P. IVA 00954970372

Questo sito web impiega cookie tecnici e di profilazione, proseguendo nella navigazione si acconsente al loro utilizzo close[ informazioni ]