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L'università italiana a tempo determinato

Il precariato, nelle sue svariate forme, impiega più della metà dei dipendenti in università


di Anna Uras
Categorie: Lavoro, Istruzione
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Nell'ultimo appuntamento della rubrica settimanale con Marta Fana, abbiamo parlato del precariato nelle università italiane. I ricercatori "determinati" sono nuovamente in mobilitazione, con lo slogan "Stesso lavoro. Stessi diritti. Perché noi no?". Secondo una recente ricerca della Flc Cgil oltre il 55% della popolazione accademica è composta da precari senza prospettive di carriera.

Il network di precari Ricercatori Determinati ha lanciato la campagna "Stesso lavoro. Stessi diritti. Perché noi no?". Si tratta di una piattaforma programmatica promossa da Adi e Flc Cgil per un piano di reclutamenti, stabilizzazioni e riforma dei contratti pre-ruolo. Sempre Flc Cgil, ha di recente pubblicato i risultati di un'indagine sul precariato universitario, secondo cui oltre il 55% della popolazione accademica è composta da precari senza prospettive di carriera, una percentuale che cresce ulteriormente se si prende in considerazione unicamente la popolazione accademica femminile.
"Sostanzialmente la vita lavorativa dei ricercatori - spiega Marta Fana - o meglio di chi ancora continua a lottare e sperare di poter fare il ricercatore in Italia, è abbastanza sconvolgente e sconfortante. Le riforme dell'università, che si vanno ad aggiungere a quelle relative al blocco del turnover, delle assunzioni e quindi anche delle stabilizzazioni dei ricercatori hanno prodotto un impatto abbastanza negativo. E questo significa concretamente che abbiamo decine di migliaia di giovani ricercatori che tutti gli anni hanno scadenze di contratto, sono contrattualizzati attraverso assegni di ricerca o altre forme ancora più precarie. Non soltanto parliamo di bassi salari e carichi di lavoro altissimi, si pensi che per i corsi di insegnamenti, quando non è lavoro gratuito, vengono pagati solo 25€ lordi l'ora (ca 8€ l'ora netti, ndr) e in alcune forme contrattuali non godono neanche di diritti sociali e di contributi previdenziali, cioè di fatto non sono considerati lavoratori a tutto tondo".

Ad aggravare la situazione c'è la mancanza di prospettive future. Infatti secondo un articolo recentemente pubblicato su jacobin Italia con gli attuali numeri del reclutamento, anche considerando i “piani straordinari” degli ultimi anni, quasi il 91% degli attuali assegnisti di ricerca sarà espulso dal sistema, anche dopo aver lavorato in accademia per 12 anni, e solo la restante parte avrà la chance di diventare professore associato. "Su questo si aprono due fronti - commenta Fana - da un lato avremo università più piccole, meno ricerca pubblica, e questo è un dato abbastanza grave se si pensa che le migliori ricerche vengono proprio dal settore pubblico checché se ne dica. Il problema poi è che cosa succede nel resto del mercato del lavoro. Ovviamente in una struttura produttiva in impoverimento e deindustrializzata come quella italiana, si crea un effetto a valanga. da un lato sono persone troppo qualificate per essere assunte nei cicli produttivi. E anche quando trovano poi un lavoro fuori dall'università ovviamente lo trovano di più basso livello rispetto al potenziale che hanno. Il problema è che poi una volta che un ricercatore ha 40 anni, dopo che si è fatto 15 o 10 anni di precariato, diventa una persona difficile da assumere perché continuano a dire che è già troppo vecchio. Invece per l'Italia di fatto c'è un buco nero anagrafico che si viene a creare. Fino ai 35 sei troppo giovane per avere un posto da professore, vieni espulso e sei subito troppo vecchio. Quindi in qualche modo c'è una forma di distopia applicata a una realtà che è surreale".

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