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L'odio per le vittime

Il darwinismo sociale e l'accanimento contro chi è vittima.


di Alessandro Canella
Categorie: Politica, Società
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Rembrandt - La lapidazione di Santo Stefano

Capitalismo individualista, crisi economica e culturale, razzismo, sessismo e darwinismo sociale hanno prodotto fenomeni nuovi, almeno nella loro manifestazione: l'assenza di empatia e solidarietà e l'odio verso le vittime.

Prendete una base di capitalismo, aggiungete una cospicua dose di crisi strutturale che produce impoverimento economico e culturale, spolverate con individualismo derivato e aggiungete a piacimento ingredienti quali sessismo, omofobia, xenofobia, nazionalismo e bigottismo.
Mescolate bene tutto ed avrete ottenuto un cocktail micidiale, chiamato “odio per le vittime”.
È per certi aspetti inedito l'elemento che sta ubriacando il dibattito pubblico italiano e che forse rappresenta il miglior indicatore della difficoltà della sinistra sociale (quella politica è già latitante da tempo).

Sebbene la discriminazione e la repressione delle minoranze e delle diversità siano fenomeni di cui è ricca la storia, il feroce darwinismo sociale che si sta manifestando da qualche tempo sembra aver raggiunto oggi il picco della pervasività dal secondo dopoguerra. E non solo negli sfogatoi dei social network.
La dinamica che lascia più basiti è composta da due elementi: la quasi completa rimozione della critica alle cause di situazioni come povertà e violenza, solo per fare due esempi, e il cinico accanimento su chi ne paga le conseguenze. Quasi come se la frustrazione soggettiva non avesse elementi per individuare l'origine del malessere e orientasse il suo sfogo verso chi ha le peculiarità per rappresentare un capro espiatorio impossibilitato a reagire.

Già nel primo decennio degli anni Duemila, Antonio Mumolo, presidente dell'associazione Avvocato di Strada, che offre assistenza legale gratuita ai senza fissa dimora, metteva in guardia su un concetto che stava avanzando. “La povertà è diventata una colpa”, constatava l'avvocato.
Eravamo nel 2009 e una misura contenuta nel Pacchetto Sicurezza del governo Berlusconi, con ministro degli Interni Roberto Maroni, aveva suscitato indignazione. Si parlava di schedatura dei senzatetto.
Nel frattempo, sulle televisioni Mediaset, ma anche sulla Rai, imperversavano i reality e i talent, format che suggerivano che quasi chiunque poteva avere accesso ai famosi quindici minuti di celebrità di warholiana memoria (anche se pare che la paternità della frase sia del fotografo Nat Finkelstein).

L'impatto culturale di quel tipo di comunicazione mediatica, insieme all'idealizzazione del “self-made man” incarnato nella figura del presidente Silvio Berlusconi, si tradusse in una sorta di neo-positivismo, secondo cui l'indigenza e l'insuccesso sociale sono conseguenza e responsabilità dell'ignavia e della pigrizia individuale, dunque una colpa di chi non ce l'ha fatta.
Lo stesso slogan "Aiutiamo chi è rimasto indietro", utilizzato dal Pdl in una delle campagne elettorali, suggerisce che le persone in difficoltà sono le uniche responsabili della loro condizione.

Dal 2009 ad oggi, però, sono successe molte cose, tra cui la gestione "lacrime e sangue" della crisi economica. Le politiche di austerity hanno impoverito il ceto medio e i maggiori partiti progressisti non hanno offerto alcuna alternativa, lasciando che iniziasse a consumarsi una guerra fra poveri e addirittura castigando corpi intermedi come i sindacati.
I partiti nazionalisti e liberisti hanno cavalcato la situazione per orientare il malcontento in chiave xenofoba e le sacrosante battaglie di civiltà, come quella antisessista della presidente della Camera Laura Boldrini, sono finite nel calderone della critica verso una presunta elite radical chic, snob e buonista di sinistra. Fino ai discorsi odierni di puro odio verso le vittime.
Se è vero, infatti, che i cosiddetti haters imperversano sul web e non risparmiano nessuno, l'assenza di empatia e solidarietà e la colpevolizzazione di chi subisce un torto o un crimine è un fenomeno ancora più preoccupante.

L'APOLOGIA DEL POTERE PATRIARCALE
A metà ottobre grande risalto mediatico hanno avuto le denunce di Asia Argento e altre attrici nei confronti del ricco produttore hollywoodiano Harvey Weinstein, che forte del suo potere economico e decisionale avrebbe fatto della molestia e della violenza sessuale un requisito per il casting.
Mentre in mezzo mondo la notizia ha sollevato indignazione, in Italia lo sport preferito, sia sui social network che sui giornali e sulle televisioni, è stato il processo alla vittima.
Contro Asia Argento si è scatenata un'ondata di odio, sia maschile che femminile, con commenti e considerazioni che mettevano in discussione la veridicità della sua denuncia, considerandola un mezzo per riacquisire una notorietà svanita, attribuivano a lei la colpa della violenza subita, la bacchettavano per non aver rifiutato le avances, accusandola di arrivismo.
Il gesto eclatante è servito, però, a scoperchiare un sistema di potere patriarcale basato sul ricatto sessuale, al punto che molte altre donne hanno trovato il coraggio di denunciare.
Il discorso d'odio nei confronti delle vittime, a questo punto, è passato in difesa, lamentando una sorta di caccia alle streghe (o sarebbe meglio dire: agli stregoni) e spettacolarizzando la questione per poterla poi sminuire in una “moda”.

Una delle peculiarità della violenza di genere è che non colpisce una minoranza, ma una categoria numericamente pari – se non superiore – a quella di chi agisce violenza. È forse per questo che la colpevolizzazione della vittima è così forte: non essendo rintracciabile un tratto identitario (l'essere nero, musulmano, straniero) la critica si sposta sulla condotta, il famoso “te la sei cercata”.
In Italia questa argomentazione ha fatto scuola, anche nei tribunali. Non è solo l'abbigliamento succinto a “giustificare” la violenza di genere, ma anche il suo contrario.
Qualcuno ricorderà la sentenza choc del febbraio 1999, quando la Cassazione annullò una condanna per stupro della Corte d'Appello di Potenza perché la giovane vittima indossava i jeans, indumento che ai giudici sembrò difficile da sfilare. Dunque la ragazza doveva per forza essere consenziente.

Concezioni simili si sono riproposte anche recentemente. Ad esempio quando due studentesse americane sono state stuprate da due carabinieri a Firenze. La reazione di una fetta consistente dell'opinione pubblica ha puntato il dito contro le vittime, accusandole di ambiguità e malizia o di essere state ubriache. A rincarare la dose sono arrivate le parole del sindaco di Firenze Dario Nardella che, pur premettendo che “l’eventuale stato di ebbrezza in cui potevano trovarsi le due ragazze non può rappresentare nessuna attenuante a quanto sarebbe accaduto”, ci ha però tenuto a bacchettare i comportamenti delle vittime: “Firenze non è la città dello sballo (…) Mi piacerebbe che (gli studenti stranieri ndr) fossero più integrati nella vita culturale e collettiva, e non considerassero Firenze soltanto una Disneyland dello sballo”.

Sulla stessa scia troviamo un esempio più recente, che riguarda Bologna, dove un sacerdote ha evocato la stessa “cultura dello sballo” come elemento, ancor più esplicito, che giustificherebbe la violenza sessuale.
Il caso è quello di una ragazzina 17enne che, dopo essersi ubriacata nei locali della zona universitaria, ha seguito un uomo di origine magrebina e si è risvegliata alla stazione seminuda, avendo subito violenza sessuale mentre era incosciente.
La vicenda ha suscitato il commento di Don Lorenzo Guidotti, parroco della parrocchia di S. Domenico Savio nel quartiere San Donato, che sul suo profilo Facebook ha scritto:


L'ODIO RAZZIALE
Difficile sintetizzare l'autentica valanga d'odio riversata contro migranti e richiedenti asilo nel nostro Paese. Il tema è quello dove sicuramente le fake news si sono moltiplicate più di ogni altro ambito, con modalità simili a quelle utilizzate dalla propaganda nazista di Joseph Goebbels.
La criminalizzazione delle persone in fuga, però, è stata aiutata anche dalle politiche italiane ed europee, ad esempio con la discrezionale divisione tra profughi e migranti economici, come se patire la fame fosse meno grave che scappare da guerre e persecuzioni.
Se da un lato le istituzioni sono riuscite a frenare lo spauracchio terrorista, sebbene in Europa gli attentati si siano moltiplicati, altre argomentazioni sono state suggerite, assecondate o addirittura fomentate.

Nel ventre profondo delle paranoie di movimenti complottisti, neofascisti o rossobruni si sono fatti strada concetti come “sostituzione etnica”, secondo cui alcuni poteri occulti avrebbero foraggiato l'immigrazione per sostituire le popolazioni autoctone o fare dumping salariale attraverso “eserciti di riserva” composti da disperati africani, disposti a qualunque cosa pur di sopravvivere.
Ad un livello più popolare, però, le argomentazioni sono più semplici: messa in discussione dell'effettivo bisogno di chi fugge, pericolosità su base etnica dei migranti accolti, sproporzione dei benefici riservati a chi fa domanda di protezione internazionale rispetto ai cittadini autoctoni.
Alcune di queste rivendicazioni hanno acquisito forza nel contesto specifico della crisi economica, gestita con un progressivo e consistente taglio del welfare.

La legittimazione dell'odio nei confronti dei migranti, però, ha raggiunto il suo apice l'estate scorsa, quando il governo italiano, in particolare il ministro degli Interni Marco Minniti, ha inseguito i sospetti complottisti verso le ong e li ha utilizzati all'interno di una strategia per il blocco dei flussi migratori, in cui l'altra componente è stata l'accordo con le milizie libiche.
Il focus si è spostato dal salvataggio di vite umane, operato dalle navi delle ong sopperendo anche alle mancanze dello Stato e dell'Europa, a presunti legami e affari delle organizzazioni con i trafficanti.
Il codice di condotta imposto da Minniti non aveva (e non ha) alcuna valenza giuridica. È stato piuttosto un'arma retorica per ostacolare il lavoro svolto nel Mediterraneo.

Parallelamente, non solo in Italia, le operazioni di criminalizzazione della solidarietà si sono moltiplicate. A Ventimiglia il sindaco Pd Enrico Ioculano ha vietato la distribuzione di cibo o bevande ai migranti fermi alla frontiera, pena una multa. A processo sono finiti alcuni attivisti che, gratuitamente e per puro scopo umanitario, hanno aiutato alcuni stranieri a varcare il confine. La Questura di Imperia ha notificato in due anni 60 fogli di via ad altrettanti attivisti, anche se diversi provvedimenti di questo tipo sono stati ritenuti illegittimi dal Tar e dal Consiglio di Stato.
Chi soccorreva le vittime di un sistema di muri e frontiere, dunque, è stato trattato da criminale.

LA GUERRA AI POVERI
Donne e migranti non sono, purtroppo, le uniche categorie su cui si riversa l'odio sociale. La crisi economica non è riuscita a produrre solidarietà nemmeno nei confronti di chi ne ha subito maggiormente le conseguenze, cioè i poveri. Il boom di sfratti per morosità e i conseguenti sgomberi, registratisi negli anni scorsi, non sono stati affrontati con un piano organico e solidale, ma le famiglie finite in mezzo alla strada sono state abbandonate a loro stesse. Tra queste possiamo trovare persone che, fino a non molto tempo fa, non avevano problemi economici e potevano essere collocate nella classe media.

Le occupazioni abitative hanno rappresentato l'estrema ratio per fronteggiare il problema, ma hanno generato odio verso le vittime della povertà. Spesso, nei discorsi della gente, gli occupanti sono stati vissuti come parassiti o come furbetti. “Io che pago il mutuo (o l'affitto) sono scemo?” è stato il ritornello ricorrente, come se la condizione precaria di un'occupazione fosse una scelta profittevole.  Il diritto della proprietà immobiliare, anche se sfitta, è apparso un dogma che veniva prima dell'umanità e poco importa se la Costituzione italiana, all'articolo 41, dice che l'iniziativa privata “non può svolgersi contro l'utilità sociale o in modo da arrecare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.

Anche in questo caso è la politica ad aver dato un grosso contributo all'odio verso le vittime. L'articolo 5 del Piano Casa del governo Renzi e del ministro Maurizio Lupi, vietando la residenza e bloccando le utenze di luce, acqua e gas agli edifici occupati, ha fornito un sostegno ideologico a chi prova disprezzo verso i poveri.
Nelle città italiane, nel frattempo, è apparsa l'architettura ostile, come le panchine con braccioli nel mezzo per impedire ai clochard di sdraiarvisi; nelle stazioni sono apparsi i tornelli, per impedire ai medicanti di accedervi.
A mettere a sistema questo fastidio nei confronti dell'indigenza, però, è stato il decreto Minniti sulla sicurezza urbana, che ha introdotto il daspo, cioè l'allontanamento discrezionale di persone ritenute una minaccia al decoro.

LA SCOMPARSA DELLA SINISTRA
I fenomeni fin qui descritti possono essere sintetizzati nella colossale crisi della sinistra italiana. Fa impressione vedere come, sul versante immigrazione, l'unica voce autorevole contro il razzismo e la xenofobia sia rappresentata dalla Chiesa cattolica e da papa Francesco.
La sinistra ha perso, anzitutto, capacità di analisi del contesto sociale. Di conseguenza non ha saputo produrre risposte ai problemi né indicare direzioni da seguire che non fossero subalterne a quelle del liberismo. In molti casi, anzi, è stata esemplare interprete e fautrice di politiche liberiste.
I partiti progressisti hanno abdicato alla rappresentanza reale, preferendo perdersi in incomprensibili battaglie per l'egemonia di nomenclatura o per la spartizione dei posti.
Lascia sgomenti la ricorsività degli errori, la cecità nei confronti del baratro che si è aperto sotto i loro piedi e il totale disinteresse verso il faticoso lavoro sociale che dovrebbe essere svolto.

Il vuoto lasciato dalla sinistra, però, sta preoccupantemente venendo riempito dall'estrema destra, che in molti territori sta dando vita ad un vero e proprio “welfare nero”, con cui si sta garantendo consensi e rappresentanza.
L'accusa dei settori più moderati verso la sinistra radicale, incapace di intendersi come una forza di governo, appare superata ed anacronistica. L'odio verso le vittime è solo il più grave epifenomeno del profondo mutamento della morale, dell'etica e dei valori. Accorgersene è più che mai urgente.

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